scrittura e comunicazione

Categoria: VIAGGI

domenica di una copywriter di Brescia che ama scrivere di città

Scrivere di città: Reggio Emilia, vista da fuori

Esiste un vademecum, una guida per copywriter bresciani infreddoliti che desiderano raccontare un altro luogo, scrivere di città? In questo momento esiste solo la pioggerella umida di un’umidissima domenica mattina. E il mio riflesso, perso in un gioco di luci ed ombre, sulla porta d’ingresso del teatro. Dentro, una donna passa e ripassa l’aspirapolvere. Da fuori non capisco bene se sotto ai suoi piedi ci siano ricchi tappeti, o pavimenti in legno calpestati dal tempo. M’immagino le peste di centinaia, migliaia di spettatori. Di quelli che arrivano sempre tardi e si dimenticano di spegnere il telefono. Di quelli che all’ultimo passaggio di aspirapolvere sono già lì, pronti per godersi lo spettacolo. Ma oggi è domenica, è mattina, fa freddo e non si accettano visite. Nessuno di noi ha pensato a prenotare, perché stiamo improvvisando.

scrivere di città, la bellezza di trovarsi riflessi
Scrivere di città è restare incantati di fronte ai riflessi del tempo.

Siamo arrivati a Reggio Emilia ieri, dopo la sveglia in Valle Camonica, prima dell’alba. Gli altri sono ripartiti per arrampicare e io mi sono infilata in hotel. Ho acceso il computer, alzato il riscaldamento della stanza, riordinato la mente e ho dimenticato tutto il resto. Avevo un documento di lavoro da assemblare e mi serviva la giusta concentrazione. Mi sono detta che avrei visto la città il giorno dopo. Così ora è domenica mattina e il vetro specchiato riflette la mia gioia. Si può essere felici anche in una domenica di novembre, davanti ad una porta che non si apre. Del resto, anche stando fuori si può percepire meraviglia.

Raccontare luoghi diversi dal proprio, scrivere di città, credo sia un desiderio antico. Forse al pari di scoprirla la città, quando è ancora insonnolita, infreddolita e rannicchiata sotto le coperte, in attesa della colazione o di un’improvvisa redenzione. Oppure quando è sveglia senza esser vigile, allegra e cordiale, accoccolata su divanetti in pelle e vecchie poltrone. In un bar che si affaccia su una piazza come in estate le case padronali si affacciano sui cortili. Sorseggi un aperitivo sotto a un soffitto affrescato, inciampi con lo sguardo tra gli scaffali della libreria e scivoli leggera lungo il pavimento in cotto.

Ti chiedi, tu che ami scegliere le parole per la scrittura, se esista un modo coerente di dare giustizia al racconto di una città. Non posso dire di avere conosciuto Reggio Emilia. Al massimo, potrò scrivere d’averla passeggiata, immaginata tra le ombre dei viali la sera, incontrata sotto ai portici nel freddo del mattino. Cercata tra i getti d’acqua di una piazza, osservata come un gattino curioso mentre si pulivano le strade e le vecchiette si affrettavano alla messa. Ho sbirciato la luce spiovere dai suoi tetti, il chiarore di candele elettriche accompagnare i tabernacoli, gli eterni piccioni cercare, volando, le ardite meridiane.

Una città italiana, non troppo grande e non troppo piccola, accoccolata nel tepore degli appartamenti, dietro a portoni che restano chiusi. Abbiamo trovato la Storia al Museo del Tricolore. Una chicca, una capriola all’indietro nel tempo, la conferma che i capoluoghi d’Italia hanno il privilegio di riservare sempre qualcosa da fare. Anche se il tempo fuori non consola e la domenica mattina accarezza piano il cuscino. La bandiera d’Italia ha una sala in cui è stata proclamata vessillo di un Paese ancora tutto da inventare.

Sotto il grande lampadario che scende dal soffitto, tra loggiati in legno che rispecchiano la grande tradizione teatrale di questi luoghi, qui si fa ancora Consiglio. È l’edificio comunale, è la Storia che esce dal museo per incontrare il presente. Mazzini, Garibaldi, la Repubblica Cisalpina, la Repubblica Cispadana. E sempre il tricolore che timidamente si affaccia sulla Storia e comincia a sventolare. Si fa simbolo, portatore sano di un sogno, racconto in stoffa palpabile tessuta con le speranze di un popolo.

Come si fa a scrivere di una città, quando la passeggi mentre questa si risveglia? Si rianima, sbadiglia e prende a danzare ad un ritmo che tu, figlia di Alpi e di routine lombarde, proprio non conosci. Ripensi al lambrusco della sera prima e ora vorresti davvero il tuo cartoccio di popcorn. Per accompagnare lo spettacolo più bello, quello che si gioca in esterno: fuori dall’orario di visita e dal trambusto del mondo che gira. Fuori dagli alberghi e dai caselli autostradali. Fuori dalle corse dei treni, dalle taverne che si affollano e dagli scontrini che si battono. Calpestando le stesse strade, le stesse vie e fermandoti di fronte alle stesse facciate che ancora e sempre raccontano e rendono vive le piccole, grandi città italiane.

Raccontare una città: Milano, tra parentesi

Milano da bere, diceva una (bellissima) pubblicità dell’Amaro Ramazzotti: un modo molto ben riuscito di raccontare una città. Forse proprio perché Milano è tante cose che non mi appartengono e che negli anni ho imparato a riconoscere come distanti, tornare in questa città anche solo per un giorno mi è difficile da sintetizzare. 

Milano è di fatto difficile da raccontare. Sfugge ad una definizione un po’ come certe città di Italo Calvino. La osservi, la attraversi, lei a sua volta ti osserva e ti attraversa. Ma chi coglie che cosa? Sabato sono tornata in questo capoluogo delle meraviglie dopo tanto, troppo tempo. Ci sono luoghi che più ci respingono, più dovremmo imparare a percorrere, se non altro per il piacere di metterci allo specchio con il racconto dei nostri contrasti interiori. 

Questa volta, dopo un tragitto in autostrada dai mille lavori in corso e un giornaliero della metro caro al pari di un ingresso a museo, voglio correre il rischio di scriverne, di raccontare una città. Milano forse non è più quella metropoli da bere: a me è sembrata una città tra parentesi. Incastonata, oppure incistata, tra due contrafforti analoghi eppure lontani. 

dalla mostra temporanea sull’arte di Mario Sironi

Ovviamente si tratta di una chiave di lettura, di un finto espediente per provare a tenere un diario delle impressioni d’un pomeriggio. Un esercizio di scrittura, più che di stile, giusto per non annoiare la penna della copywriter che a una certa non vuole scrivere solo di brand e di strategie di comunicazione. Milano per me, e per me soltanto, è stata un percorso tra fermate e una fermata tra scorci d’arte. Sottolineo il “per me soltanto” perché nulla di questa narrazione deve sembrare aspirare al collettivo, o all’assoluto. Si tratta in fondo di un diario sconclusionato, con la certezza di essere una parentesi tra due mondi: quello della settimana lavorativa (la mia) e della routine della città del lavoro (la sua). 

Ho scoperto una nuova Milano salendo le rampe del Museo del Novecento. Ho acquartierato nello zaino portato in grembo la vergogna di non averlo mai visitato prima. Una vergogna giustificata a metà dal “tanto c’è sempre, prima o poi passo e me lo guardo”. Una vergogna che nessuna pandemia può stavolta giustificare. E qui, tra una mostra temporanea sul genio un po’ tormentato di Mario Sironi e le esposizioni permanenti, ho trovato la mia parentesi di respiro. Come un inciso nella frase della frenesia dell’ultimo periodo, del continuo storytelling sui social, del rumore di fondo di un’intera città ammassata dietro alle grandi vetrate spioventi di luce. Milano, racchiusa nel racconto del suo Secolo Breve.

Di quel Novecento fattosi ancora più corto per via di quei segni di punteggiatura: la maiuscola all’inizio del percorso del visitatore, il punto di fine periodo al termine della visita. Un museo ampio quanto le grandi tele che ne definiscono il cominciare e ne racchiudono il termine prima di uscire in Piazza Duomo, illuminati di riflesso dalla magnificenza della Storia. 

l’incontro con il Quarto Stato

Pellizza da Volpedo è un buco nella tela. Sono gli occhi fissi di un uomo che avanza. Uno sguardo eterno a corroborare il movimento di una persona, di una folla resa muta, di una classe che scalpita. All’estremo opposto del percorso, il Quarto Stato si rispecchia in Festa Cinese, di Mario Schifano. Dal 1901 al 1968. Una parentesi di Storia appunto. In mezzo, ci sta il racconto per correnti e per immagini di un’intera città, come di un personaggio mai stanco di cercare un nuovo autore con cui calcare il palcoscenico della vita. Questa Milano mi è piaciuta. Mi ha saputo parlare, con tutta la forza prorompente del Futurismo, le speranze infrante e i sogni spenti di Sironi. 

Per raccontare una città, forse allora davvero la dovremmo attraversare senza fretta. Restando sospesi nelle sue parentesi di racconto. Senza saltare le frasi, lasciandosi travolgere dagli incisi di arte, ricordi e memorie del tempo passato. Del tempo su cui poggiano le fondamenta instabili del Presente, su cui passeggiano i fenicotteri rosa dei giardini privati e in cui aleggia quieto il silenzio di ogni Quadrilatero. 

al Museo del Novecento

Sto mischiando i quartieri, i periodi, gli stili architettonici e le tante faune che ancora li popolano. Eppure una città, se non ha questa varietà infinita da offrire sul piatto del racconto, di cosa sfama i suoi visitatori? Restituire una città non è opera facile e con questa parentesi grassa ma scarnamente raccontata, mi è riuscita forse neanche a metà. Raccontare Milano e riuscire a renderne lo spirito eclettico, mai sazio di cambiamenti e giravolte di Storia, è un’arte che ancora mi sfugge. E che forse è giusto continui a sfuggire, al di là di ogni prigione semantica, di ogni parentesi comunicativa. 

La resina d’agosto

Si dice che la resina sia il balsamo che la pianta si stende sulla ferita. La lascia zampillare, con il suo profumo inebriante, lungo il solco che è stato inferto alla corteccia. Non è una forma di guarigione perfetta, ma ogni volta che un raggio ne colpisce le gocce, se ne coglie una rara forma di bellezza; una meraviglia nata dal dolore e dall’imperfezione che ne è conseguita. È facile trovare questa bellezza nei nostri boschi, basta mettere un piede davanti all’altro in una domenica pomeriggio benedetta dalla luce grigia di fine estate e seguire i profili dei tronchi. Dove questi si fanno meno precisi, ecco che trovano spazio le gocce trasparenti, che delle lacrime hanno il dolce ricordo.

la resina di fine agosto

Fare i turisti a caccia di luoghi lontani, di emozioni da fotografare e di incontri da raccontare è meraviglioso. Spesso però ci dimentichiamo della meraviglia del turismo di prossimità: scegliere una meta che preveda spazio sufficiente per una coperta sull’erba, un libro e mettersi le scarpe giuste ai piedi. Così, le nuvole di fine agosto riempiono il Pian di Gembro di un’atmosfera carica di umidità, felci e specie floreali che tanto ricordano la Scozia. In fondo anche questo è il bello: riuscire a collegare posti lontani con un unico filo rosso, come a segnare le tappe dello stesso viaggio infinito. Lasciare perdurare lo spirito del viaggiatore che è dentro di noi equivale a rendere giustizia a quella parte della nostra anima che richiede meraviglia, stupore, continua scoperta.

sentirsi in Scozia

Per questo, quando passando dal sottobosco di mirtilli e passerelle sul terreno acquitrinoso si arriva prima alle betulle e poi ai larici incanutiti dai licheni, è come attraversare nella distanza di qualche minuto luoghi tra loro lontanissimi. Luoghi che nella nostra mente associamo alle foreste del Colorado, ai picchi liberi delle vallate di altri continenti, o alle distese cangianti della Scandinavia. Tutto, estremamente a portata di mano.

le betulle in Pian di Gembro

Dal Pian di Gembro, prendere per Trivigno e poi per il Mortirolo, rientrando così a Monno, in Valle Camonica. E nel chiudere il giro, capire che si sta davvero compiendo un perimetro di luoghi solo in apparenza distanti: divisi dai confini politici, vicini dalla vegetazione dei versanti e delle tradizioni dei loro popoli. Una chiesetta che si affaccia sulla vallata colpita di sbieco dal sole, i prati d’alpe che scintillano allo spostarsi delle nuvole, le piste da sci ricoperte dal verde tenero della stagione. Attraversare la natura che ci circonda, cercando un punto d’appiglio nelle sue infinite mutazioni per provare a descriverla, è viaggiare. Anche qui, anche a pochi chilometri da casa, anche in una semplice domenica di fine estate. Per deformazione professionale, è ancora meglio accompagnare queste gite fuori porta ad un buon libro, anche se sganciato dal luogo specifico e dal suo contesto.

panorama dalla strada sopra Trivigno

Oggi ho concluso la lettura di “Storia dei Greci”, di Montanelli. Non c’entrava davvero nulla con il posto, ma nella sua bellezza di una prosa semplice, mentre il cielo cambiava più volte opinione sul broncio da mettere, mi offriva uno spaccato d’umanità. Vario, soggetto alle leggi del proprio mutevole tempo, eppure mai sazio di commettere e ricommettere gli stessi errori. Dettati, peraltro, dalle stesse inconfutabili leggi che reggono l’umanità da che mondo è mondo: la sete di potere, l’invidia, la ricerca del piacere.

turista di prossimità in cerca di luce

E in tutto questo, trovare figure che mettevano la ricerca della verità al primo posto… riscoprire Socrate, Platone, Aristotele abbandonati al liceo e poi in qualche corso universitario, è stato come annusare la resina di cui parlavamo sopra. Trovare un balsamo intenso sulle ferite del singolo, o del mondo. La stessa meraviglia gratuita che si prova quando ad ogni tornante della strada si cambia scenario, ma lo stupore resta lo stesso. Quello di chi non si stanca di osservare, o di scrivere, con il cuore del viaggiatore.

Le storie di Orgosolo

Orgosolo è fatta di case, oppure semplicemente di storie? E quanto si può condensare una storia in un dipinto sul muro, con l’intonaco e a volte anche i nudi mattoni a fare da tela? Sono domande alle quali non ho trovato risposta, quel mezzogiorno d’agosto in Barbagia. So solo che Orgosolo, borgo o paesino a seconda delle preferenze, famoso in tutto il mondo per i suoi murales sgargianti, era tappa obbligata. Impossibile toglierlo dall’itinerario: troppa curiosità, troppa storia, troppa notorietà, troppo tutto. Perfino troppa Barbagia che, se all’inizio ci attirava (colti dalla volontà di cercare di comprendere l’interno), a quel punto era diventata una necessità. Un richiamo forte, forgiato dal termine più bello incontrato in questo viaggio on the road: “barbaricino”.

Orgosolo, Grazia Deledda

Ad Orgosolo sono arrivata praticamente per osmosi, a causa della passione mal celata del mio compagno, da sempre ricettivo alla geografia. Il marketing territoriale, le strategie turistiche, ma soprattutto la capacità di fare rivivere un luogo sono il suo pane. Un pane che a questo punto era diventato anche il mio boccone di viaggio, mangiando dalla stessa ciotola.

un tuffo nella tradizione

Ma sarei ipocrita se dicessi che la tappa di Orgosolo è stata solo un contentino dettato dalla buona pace della coppia e dalla curiosità verso gli arcani del banditismo. Ad Orgosolo ho scattato più foto forse che in qualsiasi altra tappa del viaggio (che cocciutamente mi rifiuto di chiamare “vacanza”). E c’ho lasciato una serie di pensieri, attivatisi dalle micce dei dipinti sui muri, di quello sforzo collettivo di rivalutazione e storytelling, di racconto a metà d’artista e a metà dal basso. Gli stessi pensieri mi hanno seguita fino a casa, altrimenti non mi troverei qui a scriverne ora, di rientro da una conferenza stampa. Forse perché viaggiare è soprattutto questo: conoscersi, interrogare un posto nuovo in cerca di risposte sul proprio; oppure di nuovi interrogativi da declinare nei luoghi che chiamiamo “casa”.

Orgosolo, Faber

Quello su Orgosolo potrebbe tranquillamente essere un post di sole foto, una carrellata infinita di immagini, galleria fatta di colore, linee, ritratti più o meno riusciti. E di fatti questo borgo è una narrazione tutt’altro che lineare, ma immersiva, che rimbalza di angolo in angolo, tra un vicolo e l’altro del centro abitato. Una narrazione in cui le parole sono presenti, ma hanno ragion d’essere solo per contestualizzare o per dare ulteriore voce al contenuto di carattere visuale.

Orgosolo, tra le case

Chi come me lavora nella comunicazione e ama la parte visiva, ma ha una vera strizzata di cuore solo quando il racconto sono i vocaboli scritti a comporlo, si trova spesso nell’eterno conflitto: vale di più il testo, oppure l’immagine? E Orgosolo a modo suo ti mette di fronte a quest’interrogativo anche in maniera abbastanza sfacciata. Sei lì, in quello che sembra già di suo essere il set di un film, nel quasi bel mezzo del meraviglioso nulla, e ti trovi parte di un fotogramma dietro l’altro. Una pellicola infinita di murales, murales e murales. Alcuni infantili, altri ricercati, tutti a loro modo significativi. Persino le immagini di oscenità scarabocchiate per sbeffeggiare l’arte – o forse per prenderla meno sul serio – fanno parte del quadro. Eppure, a gente come me che intende il mondo per parole più che per forme e colore, tutto questo ha bisogno di venire rielaborato, in qualche modo.

Orgosolo, tra le vie

Orgosolo però ha questo grande privilegio: non si spiega. Nel senso che non ne avverte la necessità. Tu cammini per le vie del paese e ti specchi in un Faber con chitarra, in un Terzani con elefante e in ogni povero Cristo dipinto su quei muri per testimoniare il passato. Quante di queste espressioni artistiche sono realmente volute dal popolo? Quanto il popolo ha compreso l’importanza della loro presenza per dare un futuro ad un borgo che altrimenti risulterebbe aspro e forse scialbo?

Orgosolo, progress or process?

Queste però sono le domande sbagliate. Forse l’unica cosa che ci si può chiedere, andando oltre la suggestione profonda che si prova nel camminare con gli occhi fissi ai muri di case abitate e trasformate in un enorme esperimento di storytelling, è sullo spirito. Con lo spirito di un luogo non si scherza. Di posti dalle identità fittizie, perdute, posticce, prese in prestito o semplicemente assenti ne abbiamo fin troppi. Orgosolo ha questo privilegio anche: di essersi rifatto la facciata, senza perdere l’essenza. Lo spirito perdura, traspare e concede di affiggere nuove storie, impregnandone vecchi intonaci, senza snaturarsi. Ci sarà anche la trovata commerciale, attirerà un botto di turisti famelici dello scatto più bello o più instagrammabile. Ma questo non tradisce il luogo, non lo snatura. Anzi, credo che a suo modo arrivi perfino a potenziarlo e che tutto questo colore e racconto visivo, di fatti politici, antiche tradizioni, scrittori e pastori insieme ne faccia davvero parte.

anche questo fa parte del racconto

Ad Orgosolo non ho trovato la pretesa del dare una nuova connotazione forzata ad un luogo. Mi è sembrato invece di sentire la forza chiusa e aspra della Barbagia trovare un modo per esprimere la sua bellezza. Non ho visto l’imposizione calata dall’alto, ma solo l’anima che, tra le giravolte delle viuzze e i click delle macchine fotografiche, si esponeva nuda. Coprendo i muri di nuovi racconti, essa svelava la parte di sé – di noi in quanto esseri umani – più complicata in assoluto da mostrare al prossimo o ai posteri: la tenerezza del racconto singolare, di quello collettivo e di ciò che ne emerge quando i due si fondono. Bellezza appunto, forse decorativa, ma non per questo meno autentica.

Orgosolo, Pintor

Vedrette figlie della provincia

C’è un vecchio sulla cima della montagna. Non gli daremo un nome, né qui, né ora. E non perché non ne abbia uno, o perché sia un parto imprevisto della mia o della vostra fantasia. Non gli daremo un nome – e su questo decidiamo d’essere d’accordo – per due buone ragioni. La prima è che la sua storia potrebbe essere vera ovunque, ora e sempre, in ogni provincia di ogni impero sotto il sole. La seconda è che nella bellezza di quest’incontro, non gliel’abbiamo chiesto. Ci è sembrato bello così: dimenticarcene all’inizio e poi lasciare che nelle nostre orecchie la sua voce assumesse le vibrazioni del “sempre-vero” e dell’eterno, che per definizione non hanno bisogno di un nome proprio.

Anche senza nome, la persona se vogliamo protagonista di quest’episodio di vita è realmente esistita e ci auguriamo teneramente che ancora esista e che persista in questo suo incedere per il mondo, per molti anni a venire. Il luogo è ancora la Sardegna, grande isola di vento, gentilezza e sughero dalla quale non ci siamo davvero mai spostati, procedendo in macchina o in punta di tastiera dal post di ieri a quello di oggi. La Sardegna che ci accoglie qui è nell’interno: non troppo da non riuscire ad intravedere il mare (può succedere anche questo) al suo orizzonte e non troppo poco da poter godere delle sue ricchezze. Siamo, insomma, in montagna. E già per questo ci sentiamo anche un po’ a casa. Durante il viaggio mi sono portata un taccuino, da cui ora mi piace attingere a sprazzi, per non perdere la bellezza di quest’incontro totalmente fortuito e della mia sorpresa nel provarmi poi a descriverlo.

La Sardegna, dall’interno

Nelle guide turistiche, il luogo che avevamo deciso di visitare quel giorno viene descritto come un borgo di montagna, caratterizzato dalla coltivazione delle ciliegie e dalle foreste centenarie attraversate da mufloni e piccoli cervi sardi. Ci sembrava una tappa carina per spezzare il lungo viaggio che dalla costa occidentale ci stava portando a quella orientale. Ma arrivati in paese, come spesso accade in questi casi, non sapevamo bene dove dirigerci e abbiamo fatto l’unica cosa che ci sembrasse sensata: seguire più l’istinto che Google Maps.

Tenendo per il nuraghe segnalato, abbiamo fermato la macchina in un punto che sembrava essere molto panoramico. Lo spiazzo era infatti giusto ai piedi di un’altura e dopo esserci cambiati le scarpe siamo saliti, sotto il sole di mezzogiorno. Sulla cima, svettava una piccola costruzione a forma di capanna, con le pareti di vetro. Attorno alla costruzione si aggiravano alcune persone, ma il nostro sguardo era per lo più avvolto da un manto di boschi e creste, con il blu intenso del mare in lontananza.

Tra gli arbusti riarsi dal sole

Arrivati sul posto, ci siamo resi conto che le persone che vedevamo aggirarsi erano due bambini e un signore che a prima vista ci è sembrato vecchio. La bimba aveva capelli lunghissimi e castani, raccolti in una treccia che le scendeva fin sotto alla vita. Il fratello, di poco più grande ma già con l’atteggiamento un po’ imbronciato dell’adolescenza, portava pantaloni di velluto scuro e aveva in testa un berretto tradizionale. Il signore ci ha invitati ad avvicinarci: ha capito che il panorama ci incuriosiva. Da questo esatto momento in cui il nostro timore di disturbare è stato vinto dalla gentilezza del posto, è nata una pausa lunga un dialogo tra due mondi. L’abbiamo trascorsa all’interno di quella che abbiamo scoperto essere una vedretta del corpo forestale sardo, in compagnia di un caffè della moka servito in bicchierini di plastica e delle nostre prugne acquistate al mini-market.

Con quell’uomo ci siamo scambiati impressioni, visioni, ragionamenti. Agli occhi luccicanti della bimba – che solo in quel momento ha perso la quasi proverbiale timidezza – abbiamo mostrato foto di neve e delle nostre montagne. Abbiamo assaggiato, entrando in punta di piedi e con la paura di rompere un incantesimo di cortesia, l’ospitalità sarda. Quella di cui avevamo giusto letto nel testo della Murgia che ci siamo portati appresso; la stessa di cui avevamo avuto un assaggio con i personaggi incredibili degli alloggi che abbiamo conosciuto strada facendo. Ma un conto è leggerne in un libro sulla Sardegna scritto da un’autrice sarda, o riscontrarla nel modo di fare di uno chef giramondo che ha messo la sua casa in affitto. Un altro, è assaporarne per intero tutta la bellezza abbarbicata su di una vedretta spersa tra i boschi.

Una vedretta sospesa sul mondo

Boschi amati e presidiati con lo sguardo vigile di un padre che ha a cuore la propria terra come si ha a cuore una madre, o un figlio primogenito. Di questo signore – mezzo pastore e mezzo forestale – mi piace pensare come di un essere umano vero, profondo, per nulla scontato. A tutto tondo come solo la realtà sa essere, nel momento esatto in cui inizia a diventare talmente vera da profumare di mitologia. Il fisico segnato dagli anni di pastorizia e dalle lunghe veglie tra un lavoro e l’altro; gli occhi grandi e scuri, come due pozzi di sincerità.

Parlando con lui, ci siamo sentiti tutti fratelli. Noi, figli a nostra volta della provincia e della montagna; di tutti quei luoghi troppo lontani dai centri di ogni potere. Eppure, quanta forza e bellezza in questa periferia dello Stato. In questi posti in cui tutti ci si arrangia, aiutandosi sempre con affetto e con altrettanta diffidenza, ascoltando le storie dei forestieri e paragonandole alla propria, quotidiana esistenza.

Camminando, per arrivare in cima

Nei giorni del nostro viaggio, in cui la Sardegna aveva forse appena smesso di bruciare, appariva ancora più assurdo constatare come la macchina dello Stato abbia ridotto, negli anni, i fondi destinati al presidio del territorio. Di questi avamposti umani affacciati sulla delicata bellezza delle foreste, cosa dovrebbe restare? E poi c’è quella che in molti ritengono sia mancanza di visione, di intraprendenza. Qui il sardo ti guarda mentre racconta delle idee che gli sono venute, titubante nel sentire la sua stessa voce che racconta di quelle bizzarrie. E nel farlo ti scruta, ponendo l’accento sulla poesia di una passeggiata a cavallo e incespicando nella paura, nel timore di mettercisi ad investire sul serio, per ricavarne indotto.

Ti guarda, con quegli occhi immensi, che si sciolgono perfino. E tu non sai davvero, mentre riponi nello zaino la borsina di plastica del mini-market, se augurargli l’intraprendenza sfacciata della costa svenduta. O se sperare che anche l’amico pastore possa restare per sempre sé stesso, eternamente parte di una vedretta affacciata sui monti e immersa nella bellezza pietrosa del nulla.

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