La città più antica della Slovenia si chiama Ptuj e ha meno di 20.000 abitanti. A una quindicina di chilometri c’è il borgo di Ptujska Gora, famoso per custodire uno dei manufatti più preziosi del Paese: un altorilievo in legno del Quattrocento.

Tanto bello da trasmettere devozione e un senso profondo di raccoglimento anche a un non credente.

Arriviamo a Ptujska Gora al tramonto, con gli ultimi raggi della golden hour, uno dei momenti della giornata preferiti dai fotografi. Il sole è un disco d’oro sprofondato sotto l’arco dell’orizzonte.

Sulla cima di un promontorio – detto Črna Gora, la Collina Nera – svetta la Basilica di Maria Protettrice. È considerata la chiesa gotica a tre navate più bella della Slovenia. Nei suoi oltre 600 anni di storia, ha conservato un’aura di sacralità e mistero.

Parcheggiamo appena fuori dalla minuscola piazza sulla sommità, sobriamente decorata per il Natale. Alla basilica si accede da una scalinata sormontata da statue di gusto barocco. Sul gradino più alto, dal nulla sbuca un gatto.

Ci viene incontro, scendendo la scala con fare regale, ma semplice. Il pelo, bianco e nero, è lunghissimo e sfiora la pietra. Mi fa pensare ad un abate, o a una badessa d’altri tempi: figura solerte pronta ad accogliere pellegrini e visitatori come se li stesse aspettando.

Dietro il pesante portone si dischiude la meraviglia.

Direi una bugia, scrivendo di avere colto appieno la bellezza della struttura gotica. Appena entrata, il mio sguardo è stato, senza possibilità alcuna di scampo, catalizzato verso di lei: la grande Vergine della Misericordia con Bambino. Sotto al suo manto verde, come in un caloroso abbraccio, c’è posto per i peccati e le speranze di tutti.

Ironia della sorte, la stessa iconografia è presente al Santuario della Santissima Annunciata, a pochi chilometri da casa mia. Luogo al quale sono molto legata.

Pensando che sia vietato scattare foto, resto semplicemente in contemplazione. La scena è forte e immensa, resa ancora più intensa dalle ombre che fuori avanzano, conferendo alla chiesa un’atmofera ancora più raccolta, lontana dal mondo.

All’uscita rileggo il cartello: le foto si possono fare, basta non usare il flash. Rientro da sola. Con me ci sono solo due, tre signore che si attardano per qualche preghiera silenziosa.

Verrebbe da fare tante cose, senza fare niente: osservare l’abbraccio della Vergine e osservarsi dentro. Dimenticarsi di un mondo di cui, ormai, non si ha più memoria. Un rapimento mistico e sensuale, canterebbe Battiato.

Ma la strada è ancora lunga e, forse, mi accorgo che se resto un altro poco, poi non torno.

Scendiamo i gradini, del gatto-badessa non c’è traccia. In auto, ai piedi del colle, incontriamo un cicloturista.

Dimostra sui settant’anni. Ha attaccato i bagagli, fissati alla canna della bicicletta e al portapacchi, un po’ davanti e un po’ dietro. Non ho idea di quanto possano pesare.

Accostiamo per chiedergli se possiamo dargli una mano. Mi chiede se parlo tedesco e capisco solo che sta andando verso la chiesa. Confermo che la direzione è giusta. Nel frattempo sta calando la sera, ma non sembra importargliene.

Ha negli occhi un misto sincero di curiosità, spensieratezza e fatica. Inizio a pensare che più che di un turista, si tratti di un pellegrino su due ruote.

Mi piace immaginarmelo arrivato in cima, sfinito ma mai pago dello spingere la sua pesante bici. Mentre un gatto dal pelo lunghissimo gli si avvicina deciso e lo accompagna su per la scala. Fino al lungo mantello verde.

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