Ci sarebbero titoli molto più adeguati per questo post. E nessuno lo sarebbe abbastanza. Perché definire la relazione tra le donne e la religione è, di suo, un’operazione complessa, soggetta a troppe tentazioni.
La tentazione di parlare di una sola religione, come se bastasse per tutte. La tentazione di non definire cosa si intenda per donne. Tra le due, non so quale sia peggio.
Donna e religione andrebbero prima definite. Poi, si potrebbe provare a tracciare i contorni delle relazioni (mai univoche) tra questi due concetti.
Un tema sul quale mi piace insistere perché, oltre che essere scivoloso, contiene tanto. Tantissimo. E perché, nel mio piccolo, mi riguarda.
Negli ultimi mesi sono tornata a studiare. Mi mancava il contesto universitario e c’erano degli argomenti che mi stavano inseguendo, senza sapere che fossi io a cercarli, in modo più o meno conscio.

Studiare come ciò in cui crediamo si unisce alla realtà, plasmandola, mi affascina molto. E la Magistrale in Culture e Religioni in Sapienza mi sta aiutando a trovare delle risposte. O, forse, a cambiare il modo in cui mi faccio le domande.
Arrivi al punto in cui ti chiedi in che modo, da donna, la tua identità è coinvolta nel tema. Come lo è stato nel corso della Storia, come avrebbe potuto esserlo venendo al mondo in un altro Paese. O, come sarebbe stato nascere come individuo di sesso maschile.
Ci sono due libri in particolare che penso siano utili per chi si pone domande di questo genere.
O, meglio: per chi si pone domande sul genere e su come questa categoria (intesa in senso analitico), s’incrocia con la religione (intesa come sistema di credenze e di sovrastrutture culturali con valenza anche sociale).
“Religioni e parità di genere”, a cura di Alessia Lirosi e Alessandro Saggioro, e “Donne violate”, a cura di Leila Karami e Romina Rossi mi stanno aiutando ad ampliare l’orizzonte su questa spinosa relazione.
Spinosa per tanti motivi. In primis per tutti quei casi, concretizzatisi in termini storici, in cui i pregiudizi di genere innestatisi su considerazioni di carattere religioso hanno influenzato la vita di altre donne.
Spinosa, perché il rischio di far di tutta l’erba un fascio è davvero dietro l’angolo.

E poi ci sono le storie, le biografie di esseri umani che si sono trovati sulle spalle narrative non desiderate.
Come Malinche nel Messico del Cinquecento, all’epoca dei conquistadores. Interprete di Cortés, a cui diede anche un figlio e della cui figura oggi ci resta questo: una figura, oggetto di mille interpretazioni e speculazioni interpretative.
Privata della sua soggettività, descritta e ridescritta a seconda delle necessità del narratore: nuova Eva, traditrice violentata, agente salvifica del Cristianesimo in America latina…
O come le storie collettive, come quelle delle comunità hijra nell’India settentrionale. Dove hijra viene erroneamente tradotto in modo univoco con eunuco e che invece si avvicina molto al termine ombrello di transessuale.
Persone spesso poco tutelate dal sistema in cui vivono, ma che portano con sé una lunga tradizione legata anche a un senso di venerazione verso rappresentanti di un cosiddetto terzo genere.
Storie complesse, che meritano di venire approfondite. Per interrogarci sulla nostra identità più profonda, su come essa si materializza e struttura.
E per provare a capire meglio qualcosa anche degli altri, con o senza il plurale maschile sovraesteso. A ciò in cui credono e al mondo che creiamo ogni giorno investendo in ciò in cui crediamo.
