Era il primo lunedì di dicembre, io uscivo da un incontro di meditazione e nevicava forte. Il mondo era tutto un turbinare candido, una coreografia di fiocchi di neve. Stavo andando alla presentazione del libro “LA DANZA DELLE ORIGINI Corpo, gesti e suoni della Preistoria”, di Gaudenzio Ragazzi. Ci stavo andando perché avevo ricevuto un invito su Facebook dalla pagina della Biblioteca di Piancogno e l’avevo trovata una curiosa coincidenza. Qualche mese prima avevo infatti terminato la lettura di quel bel malloppo appassionante che è il “Trattato di storia delle religioni”, di Mircea Eliade.
E, in qualche modo, le cose mi erano sembrate tra loro connesse. Ma le coincidenze vanno oltre e qui si fa troppo lungo ad elencarle tutte. Dico solo che sono felice d’inaugurare il 2024 del mio blog partendo proprio da questo libro e dalla sua capacità di proporre una visione alternativa dello studio delle immagini nella Preistoria. Quella degli altri – di altri luoghi, altre culture, altri spazi – e quella delle nostre incisioni rupestri.

Mi piace infatti l’idea di cominciare l’anno con qualcosa di vecchio. O, meglio, sul racconto di un approccio (in questo caso iconografico) a un aspetto tanto importante quanto di difficile comprensione come la danza. La gestualità sacra, il movimento coordinato di un gruppo di persone che, assecondando ritmi e schemi fissi, codificati nel corso dei millenni, diventano un unicuum. Un’unione vorticante (in cui il singolo fa da tramite e si annulla) che diviene un collante sociale tra i suoi membri e, allo stesso tempo, catalizza energia restituendola alla comunità. Un argomento che mi ha fatto subito pensare a quel bellissimo podcast di Paolo Pecere: “Il dio che danza”.
Riguardo i miei appunti di quella sera e rivivo un certo imbarazzo. Devo essere stata una vera seccatura per l’autore e il presentatore (Pierluigi Mulattieri), con la mia sfilza di domande alla fine dell’incontro. A mia discolpa, confesso che ero preda di una sorta di raptus d’interesse. Scrivevo sul mio quadernetto, mi perdevo tra le slide, azzardavo collegamenti. E, come mio solito, avevo voglia di rompere la timidezza per chiedere, condividere, approfondire. Perché l’argomento, appunto, m’intrigava e m’intriga ancora. La citazione che ho scelto nella grafica sopra – che è poi la stessa che trovate anche su Instagram – racconta molto di questo mio stupore: da comunicatrice appassionata di religioni e misticismo mi chiedo spesso quale sia il modus migliore per raccontare alcuni aspetti della nostra vita.
A maggior ragione poi quando si tratta di fare un salto temporale all’indietro di diversi secoli, approdando su un territorio su cui ancora si cammina incerti. E, una volta arrivati lì, la prima domanda da farsi non è mai come lo racconto?, ma cosa sto vedendo?. E fa una bella differenza porsela questa domanda, per toglierci ancora una volta gli occhiali di cui tutti siamo schiavi quando osserviamo la realtà che ci circonda e proviamo a descriverla. Il famoso “mettersi nei panni degli altri” non è mai sembrato così attuale come negli ultimi mesi di stravolgimenti mondiali. Già, ma come si fa, nel concreto? Quali ponti di comprensione possiamo costruire tra culture e mondi all’apparenza tanto diversi, tanto distanti?

“La danza delle origini” è un libro che si basa sull’approccio del suo autore, che va oltre quell’essere puramente “iconografico” riportato in copertina. L’approccio dell’archeologia del sapere, espressione presa in prestito da Foucault. Un modo di percepire, d’interpretare il passato, che va a ritroso, partendo dalle testimonianze del presente e provando a tracciarne il percorso tornando alle origini. Forse una visione troppo ambiziosa, che a qualcuno potrebbe sembrare addirittura presuntuosa, oppure semplicemente arbitraria. Io la trovo affascinante come alternativa al mero classificare quantitativamente i segni lasciati dagli antichi senza tenere in considerazione alcuni fattori qualitativi. Fattori che sono giunti sino a noi e di cui è interessante provare anche solo a ipotizzare un legame con il passato.
Mi vengono in mente la von Franz e le “sue” fiabe, così come quel capolavoro contemporaneo di “Donne che corrono coi lupi”. In qualche modo, sono forse proprio le forme giudicate come più semplici della nostra cultura ad avere permesso di salvaguardare importanti concetti o messaggi provenienti da un passato antico. E nel libro di Gaudenzi un discorso simile si può appunto fare per i giochi dei bambini, così come per le danze rimaste nel folklore europeo. E, in qualche modo a livello più o meno inconsapevole, rivivendo quei gesti, quelle coreografie la cui origine si perde nella notte dei tempi, dentro di noi proviamo qualcosa che anche l’uomo arcaico provava. Almeno in parte.
Perché nel frattempo il nostro modo di vedere il mondo, di concepire la realtà, è profondamente e drasticamente mutato. Alla comunicazione attraverso i gesti si è sostituita quella della parola, regno profondo della mente. Oppure, quella dell’immagine, intesa però in modo decisamente più effimero. L’immagine esisteva appunto anche al tempo remoto delle incisioni rupestri, in Valle Camonica e altrove. A cambiare, ad essere diverso, è il nostro rapporto con il supporto, con il gesto dell’incidere, con la stessa valenza del simbolo. Altro aspetto che mi colpisce ogni volta con la stessa forza di un menhir che mi si conficca nel cervello.
Se nella civiltà occidentale il valore di un simbolo è ridotto ad una semplice formula linguistica fondata su un’analogia, nel pensiero arcaico il simbolo è uno strumento di interazione con il reale di tale efficacia da produrre nel mondo un cambiamento concreto a cui nessuna entità, elemento naturale, animale o umano, potrà sottrarsi.
Gaudenzio ragazzi, pagina 118
L’immagine era allora una sorta di veicolo privilegiato per eternizzare l’istante e la formula che questo portava con sé. Su un supporto capace di resistere al tempo e che al di là del tempo si collocava, portando la comunicazione su un piano trasversale, che trascende le nostre attuali coordinate di comprensione. Ecco allora che scene raffigurate a distanza di secoli tra loro sensibilmente lontani si trovano non casualmente sovrapposte tra loro sulle stesse rocce.
Immagini che erano ritenute capaci di entrare in relazione con ciò che portavano con sé: a livello di significante, significato e dell’azione stessa che, tramite una visione magica ben radicata nell’antichità, erano in grado di mettere in atto. E quando era il movimento – schematico, fisso, da codice chiuso – a venire rappresentato, la danza si faceva perpetua. Che fosse legata alla fertilità dei campi, al confronto tra guerrieri, al risveglio della Terra e delle entità di natura ctonia, la sua forza era destinata a farsi eterna. I suoi effetti ad essere avvertiti per sempre.

Quando sono uscita dalla biblioteca avevo una fame da lupi e la nevicata si era fermata. Avevo anche io cercato di fermare il corso dei miei pensieri, sperando che non si mettessero a correre più veloci di me. Alcune risposte alle mie domande le avrei trovate poi leggendo effettivamente il libro. Mi sono messa al volante con la consapevolezza, tra le altre cose, di non saperne mai abbastanza. Di non conoscere a sufficienza i fatti del presente, gli studi sul passato, né i metodi cognitivi che provano a mettere in relazione la visione odierna con i messaggi che ci arrivano da un tempo remoto. E, almeno per quanto mi riguarda, il fascino verso la possibilità d’interpretare questi messaggi, andando oltre il tempo e lo spazio, non fa che crescere.
Un libro come “LA DANZA DELLE ORIGINI Corpo, gesti e suoni della Preistoria” ha rafforzato in me questa convinzione. Aprendomi a nuove immagini, a nuovi spunti, ad altri scorci su mondi trapassati, eppure così vicini. Mi chiedo cosa direbbe chi ha inciso quelle rocce quanto agli effetti che il moto perpetuo di queste danze forse ancora contribuisce ad esercitare in tutti noi. Mi chiedo se il mutare della concezione del mondo sia davvero un ostacolo per avvertirli questi effetti e provare a ritrovare una visione della danza, del gesto e della rappresentazione – corporea e visiva – che forse non è, totalmente, andata perduta. Buon anno!
