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Netflix, The Umbrella Academy, terza stagione

I poteri di The Umbrella Academy

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Una serie Netflix con dei super poteri

Il titolo può trarre in inganno: qui si tratta di capire quali sono i poteri di “The Umbrella Academy”, non i superpoteri dei suoi singoli personaggi. Sì, perché altrimenti rischieremmo di fare passare anche questo successo Netflix per l’ennesima serie TV. Per non parlare dell’ennesima storia con un gruppo di supereroi che cercano di salvare per l’ennesima volta il mondo. Ops! Spoiler alert: da qui in poi riveleremo parecchi dettagli della saga. Proveremo a scavare sotto la superficie, cercando di capire quali sono i poteri di “The Umbrella Academy”, di cui tra l’altro manca solo una stagione – la quarta – per arrivare alla conclusione.

the umbrella academy family
L’Umbrella Academy al completo. Immagine tratta dalla pagina Facebook “The Umbrella Academy Italia”.

Mi ci sono imbattuta tra i suggerimenti di Netflix, che ormai mi conosce abbastanza bene. Dopo averla vista tutta in lingua originale, ho convinto il mio compagno a fare da cavia riguardandola in italiano. E mi sono chiesta: che cosa funziona davvero in questa serie? Ovviamente non bastano due effetti speciali. Perché una storia faccia davvero presa, deve toccare tutta una serie di corde che ci risuonano dentro nel profondo. Qui proveremo a cercarle, chiamandole archetipi e cercando anche di rispondere a una serie di domande. Premessa importante: questi ragionamenti possono fare bene anche a chi non mastica il linguaggio delle serie TV. Tanto per cominciare infatti, al centro del racconto, si pone monolitico un grande quesito… cos’è il potere?

Il potere e la sua ricerca sono due componenti chiave praticamente di ogni storia che conti. Sia che si tratti di un superpotere da supereroi, sia che abbia a che fare con i poteri intrinseci al genere umano. Ad esempio: l’empatia è un potere? Per quanto mi riguarda sì, non c’è alcun dubbio. Per questa ragione, osservare da vicino una storia che funziona bene, una narrazione compiuta, è utile. Ci aiuta a cogliere cosa rende davvero potenti i suoi personaggi e, di riflesso, che cosa rende potenti noi in quanto esseri umani. Nella serie, il rapporto con il potere viene sviscerato in più modi e a più riprese, accarezzandone le diverse sfaccettature.

Una di queste riguarda il personaggio di Reginald Hargreeves, l’eccentrico vecchietto, tanto geniale quanto ricco, che ha fondato l’Umbrella Academy. Regi ha un rapporto molto particolare con il potere, a cominciare dal modo in cui lo esercita sui suoi 7 figli adottivi. Ragazzini straordinari, tutti nati il primo ottobre 1989 da madri che hanno avuto una gestazione in meno di 24 ore. Reginald li cresce esplorandone i superpoteri con cui sono venuti al mondo. Li porta alla luce, ma al contempo li asserve ad una missione più grande. Li prepara insomma per andare a salvare il mondo. Il rapporto è però estremamente rigido, severo, finalizzato ad allevare dei piccoli mostri dalle immense potenzialità. Uno dei poteri di The Umbrella Academy è probabilmente quello di adottare lenti psicologiche nella stesura di buona parte della trama.

Sir Reginald Hargreeves di certo non fa eccezione, considerando il modo in cui plasma i suoi pargoli sotto il profilo caratteriale, comportandosi da vero padre-padrone. Bellissima la scena in cui parte di quest’approccio viene svelato e cioè quando vediamo per la prima volta Klaus (uno dei 7 figli ormai cresciuti) nell’aldilà, mentre il padre gli fa la barba adottando una postura in tutto e per tutto simile a quella di Freud. Ma non si può parlare di potere senza altri due elementi chiave di ogni storia che si rispetti: consapevolezza e responsabilità. E su questi due temi ci giochiamo tutta la storia dell’Umbrella Academy, con la ricerca disperata di salvare il mondo da una fine certa (responsabilità) e la necessità di guardarsi dentro scavando nel profondo ed affrontando l’abisso delle proprie paure fino ad emergere con un nuovo, inesplorato potere (consapevolezza, di sé ma anche degli altri).

I poteri di The Umbrella Academy

I poteri di The Umbrella Academy stanno negli archetipi. Definire un “archetipo” non è cosa semplice. Nell’ambito della Comunicazione, anche questa parola sta subendo un picco inflazionistico non di poco conto; un po’ come altri termini che abbiamo scoperto essere molto di moda, “storytelling” e “resilienza” per primi. Stando alla definizione della Treccani: “Nel pensiero dello psichiatra e psicologo svizz. C. G. Jung (1875-1961), immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni.” Questa definizione rende bene l’idea di quanto potenti siano gli archetipi. Provando quindi a tracciarne i principali all’interno di questa storia, si rivelano con maggiore chiarezza anche i poteri di “The Umbrella Academy”.

the umbrella academy albero di Natale
Scena tratta dalla seconda stagione. Sempre geniale la presenza dell’ombrello che si palesa all’improvviso. Immagine tratta dalla pagina Facebook “The Umbrella Academy Italia”.

L’apocalisse e il desiderio di evitarla

Eh già, quale sfida maggiore se non quella di salvare il mondo e, con esso, l’umanità intera? L’apocalisse è la cancellazione di ogni cosa, specialmente in chiave di soggetti viventi. La fine senza ritorno, il Giorno del giudizio. Un tema decisamente affascinante anche in ambito letterario – soprattutto per il filone fantascientifico – anche se la sua accezione primaria è fortemente religiosa e, fuor di dubbio, biblica. Nella serie poi non mancano gli scenari del post-apocalisse: cosa c’è in un mondo in cui tutto ha avuto termine? Dal “Vecchio e il bambino” di Guccini all’ecatombe nucleare della serie “One-Hundred”, le storie che fanno parte della nostra percezione del mondo spesso ci parlano della nostra attrazione proprio verso la sua fine ultima.

Qui il personaggio chiave è senz’ombra di dubbio Cinque, che incarna una sorta di Prometeo destinato a pagare il prezzo della conoscenza – una vita di solitudine – per portarne il dono ai mortali. Un dono non subito compreso e che si pone ben presto come il trigger della trama principale di tutta la serie TV, dalla prima alla terza (che sarebbe poi la penultima) stagione. Ragionando sui poteri di The Umbrella Academy è perciò impossibile non prendere in considerazione quanto potente sia il riferimento all’archetipo della distruzione. Tutto cessa di esistere per un errore umano, oppure per una catena di concause, di cui tutti i personaggi principali (a modo loro) dimostrano d’essere degli anelli intercambiabili.

Affrontare il tema della fine di tutto si contrappone e riequilibra con la domanda: cosa posso fare io per salvare il mondo? Dall’alto della terza stagione, un vecchio Cinque lancia il messaggio decisivo: non fare nulla. Non cercare di fermare l’apocalisse. Forse perché alla fine il mondo si salva da solo? Forse perché nel tuo tentativo di fermarla ne sei tu stesso la causa scatenante? O magari perché non ne vale poi tanto la pena? Gli scenari che si aprono sono molteplici, ma il quesito conserva intatto il suo fascino primordiale: se sapessimo che la fine del mondo si avvicina, non faremmo di tutto per porvi rimedio? Una domanda alla quale gli ambientalisti hanno da tempo trovato risposta.

locandina terza stagione The Umbrella Academy, Netflix
Il lancio della terza stagione di The Umbrella Academy, Netflix.

Il viaggio nel tempo e l’immortalità

Nella classifica dei poteri di The Umbrella Academy, un secondo meritatissimo posto va al connubio viaggio nel tempo + immortalità. Di cui la seconda non deve per forza di cose essere il seguito di una ricerca. Anzi: ci sono due personaggi potenzialmente semi immortali nella serie e con buona probabilità nessuno dei due si è cercato un simile fardello da caricarsi sulle spalle. Ma prima di capire che, se il tempo non procede in maniera lineare c’è possibilità di percorrerlo all’infinito, meglio guardare ai salti spazio-temporali di Cinque (da cui tutto, in qualche modo, sembra generarsi).

A 13 anni, il Cinque ragazzino padroneggia già molto bene l’abilità di saltare nello spazio e freme per tentare l’equazione che gli permetterà di fare piroette nel tempo. Reginald, a tavola con i fratelli sgomenti, gli ordina di lasciare perdere, in quanto le conseguenze di un salto temporale rischiano di essere troppo grandi per un piccolo Cinque. Le conseguenze o anche i semplici imprevisti, proprio come il fatto di restare per decenni prigionieri del futuro, arrivando proprio il giorno dopo dell’allora segreta Apolicasse. E infatti Cinque resta bloccato, tornare indietro per quanto ci provi e riprovi è troppo complesso. E a questo punto entra in gioco un altro dei personaggi più affascinanti e meglio riusciti della storia (peraltro assente nella versione originale del fumetto): The Handler.

The Handler rappresenta La Commissione, l’Ente segreto che si è auto-insignito dell’onere e del dovere di mantenere intatta la timeline predefinita. Una timeline secondo la quale l’apocalisse deve avvenire e ogni precedente momento della Storia deve renderla quindi possibile. Per garantire che l’ordine temporale venga rispettato, La Commissione mette in moto dei personaggi che ben poco hanno a che vedere con il tenero Martin di “Ritorno al Futuro”… E così Cinque, invecchiato nel post-apocalisse e dopo una serie di crimini, diventa un sicario e riesce a tornare dalla sua famiglia per avvisarla del pericolo incombente.

Sicari che viaggiano nel tempo, ragazzini impertinenti invecchiati male, goffi tentativi di scompaginare l’ordine cosmico per evitare che il mondo abbia fine… Possiamo davvero parlare di viaggio dell’eroe? Se la trama di “DARK” ci aveva incasinati forte, quella di The Umbrella Academy continua a farlo ma in modo ironico, senza perdere di vista che, ogni volta che cambiamo di ordine a un tassello per modificare l’immagine finale, non abbiamo poi la certezza di quale forma assumano le tessere del domino nel disegno conclusivo. L’archetipo dell’intervenire a tutti i costi ponendo pezze andando indietro negli anni è davvero molto forte. Ma, come tutti i grandi archetipi, qui ha anche l’accortezza di svelarci quanto umani e fallaci noi in fondo siamo.

La famiglia tra i poteri di The Umbrella Academy

In ogni famiglia c’è del potere e ci sono dinamiche diverse a seconda di chi e di come lo si esercita. Tra i poteri di The Umbrella Academy si possono sicuramente citare alcuni personaggi che incarnano degli archetipi molto forti. Ovviamente stravolgendoli. Il primo fra tutti è il già citato Sir Reginald Hargreeves, che impariamo davvero a conoscere solo a partire dalla seconda stagione. Andando indietro nel tempo, si arriva a un Regi del passato, che ha già concentrato buona parte delle sue energie sul potere stesso dell’educazione (in particolar modo sullo sviluppo cognitivo e comportamentale degli scimpanzé, il dolce Pogo ne sarà appunto l’esempio). Il fatto che un uomo talmente ossessionato dal potere e dalle modalità di esercitarlo abbia dedicato tanti sforzi ad esperimenti proprio sull’educazione fa riflettere. Proviamo allora ad unire questo aspetto ad un altro personaggio chiave della serie: Ben.

Ben sembra essere destinato a starsene in sordina durante tutta la storia. E invece il suo ruolo va incontro a un decollo improvviso a partire dalla terza stagione. Ma ovviamente in modo diametralmente opposto a quello del fantasma timido e riservato delle prime due season. Cos’è cambiato? Sicuramente l’educazione, il profondo marchio lasciato dall’upbringing. Un aspetto fondamentale del contesto, che qui prende, per l’appunto, il sopravvento in maniera decisiva. Tanto decisiva da farci pensare che uno dei messaggi in assoluto più forti di tutta la serie, e quindi a questo punto anche uno dei poteri di The Umbrella Academy, sia proprio il ruolo dell’educazione.

Come cresco qualcuno, quel qualcuno è destinato o meno a comprendere con maggiore o minore facilità il suo potenziale e a instradarlo secondo schemi diversi. Non è quindi un caso che la famiglia della prima stagione sia a tutti gli effetti sgangherata e colma di personaggi di fatto in cerca d’autore. Persone il cui unico calore reale è stato somministrato nel corso di tutta l’infanzia da una madre “finta”, nel vero senso della parola. Cioè, robotica.

Il ruolo del padre padrone si contrappone quindi a quello della madre-robot. Grace è stata programmata per reggere in modo letteralmente indistruttibile ai rocamboleschi capricci di Numero Sette (alias Vanya). E così la robot dalle sembianze estremamente docili si trasforma di volta in volta in scrigno d’amore, motivatrice, infermiera, educatrice, rassettatrice dell’enorme residenza Hargreeves e dei malumori di chi la popola. Se il padre è dispotico, la madre robotica (ma paradossalmente più dolce), l’unico ad incarnare a pieno titolo il ruolo di figura “umana” è Pogo. Cioè lo scimpanzé evoluto (e con ogni buona probabilità geneticamente modificato).

Come in ogni buona famiglia con dei super poteri poi, non mancano le dinamiche relazionali al limite dell’incesto. Leila e Luke Skywalker non erano forse fratelli? Luther e Allison lo sono solo per educazione, tema che torna ad essere ancora più centrale. E che non seguiremo di certo in quest’analisi. Decisamente interessante da approfondire sarebbe invece il ruolo del trickster, il personaggio che tiene aperte le porte delle possibilità, l’ambiguo sempre pronto a ribaltare storie, costumi e a volte persino mondi e morali. Cinque? Klaus? The Handler? Il compito è arduo e non me lo assumo.

Sir Reginald Hargreeves
Sir Reginald Hargreeves, padre dell’Umbrella Academy. Immagine tratta dalla pagina Facebook “The Umbrella Academy Italia”.

Il numero 7, le apparenze e il mondo alla rovescia

Il 7 è uno di quei numeri che non hai molta scelta: o lo ami, oppure lo odi. Numero primo dalla forte simbologia in campo esoterico (non sempre compresa, ma spesso corteggiata anche a livello narrativo), 7 è il numero di Vanya, la distruttrice (o l’incompresa). Non solo, ma 7 è anche il numero dei fratelli Hargreeves (sia nella versione Umbrella che in quella Sparrow) e se ad un certo punto Ben ci toglie il numero (rientrando di diritto in tutte e due le famiglie), ecco che nel frattempo il conteggio è già stato prontamente ristabilito da Laila. 7 è anche il numero delle stelle (o sfere) del sigillo all’Oblivion (terza stagione). Di certo, non è stato scelto a caso dagli autori.

E, dato che abbiamo citato l’hotel Obsidiana-Oblivion, vale la pena introdurre un altro dei poteri di The Umbrella Academy: la capacità di percepire una realtà diversa dietro lo strato della materia. O quantomeno d’ipotizzarne una possibile esistenza alternativa. Ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ciò che siamo davvero e ciò che crediamo di essere. La parentesi dell’hotel astronave dietro il bisonte bianco (scelta anche questa ricca di valenza simbolica) è già di suo una sorta di salto alla “Alice in Wonderland”: in un mondo alla rovescia, che potrebbe essere ma che esiste solo in preparazione di altri mondi.

Un mondo veramente accessibile solo quando cogliamo a fondo il potere più potere di tutti i poteri di The Umbrella Academy: la consapevolezza di sé. Quale potere è infatti più grande del conoscere il proprio potere? Il “conosci te stesso” di socratica memoria ben si addice alla serie. Anche perché, è soltanto conoscendo il proprio potere (anche nel senso di potenziale), che impariamo a utilizzarlo in maniera corretta. Il personaggio di Vanya sembra incarnare quest’aspetto molto più degli altri. Se resta ignara del proprio potere, non cresce come personaggio (né come persona), se ne acquisisce consapevolezza deve poi comunque imparare a gestirlo. Un modo anche per esortarci a prendere coscienza delle nostre zone d’ombra e a capire verso cosa catalizzare davvero le nostre energie nella vita. Anche per non incappare nell’errore di Cinque… senza il quale, ben inteso, l’intera serie non avrebbe senso di esistere!

Volendo chiudere con un pizzico di filosofia, sono tanti i poteri di The Umbrella Academy. Così come i simboli e i messaggi che questa serie Netflix contiene. Una storia quindi che può dare il là a parecchie riflessioni. E che più di ogni altra cosa ci pone di fronte al quesito: so davvero come usare il mio potere? This remains to be seen…

raccontare la propria storia, come Zerocalcare

Raccontare la propria storia

Perché scrivere di sé

Quante buone ragioni esistono per raccontare la propria storia, per scrivere di sé? A volte penso che siano troppe, altre troppo poche. I social in generale, le storie di Instagram, il quarto d’ora di celebrità… Eppure, uscendo per 15 secondi dalla modalità personal branding (che ha un suo fascino, e anche una sua importanza), ci sono ancora delle ottime ragioni per provare a raccontare la propria storia. Durante l’ultima settimana, per fare pausa tra i testi per un sito e un piano editoriale e l’altro, tornavo con la mente a tre prodotti narrativi che mi hanno particolarmente colpita.

Non libri, anche se presto tornerò a scriverne, ma film e serie TV. Uno poi mi chiede quando ho tempo per leggere, andare al cinema, se non sono stanca di stare al computer dopo averci passato una giornata di lavoro. Ehm, sì, la stanchezza fa parte del gioco. La fame di storie, però, spesso è più forte. E poi credo che mi stancherei di più a lavorare in miniera, ma della mia storia magari scrivo un’altra volta. Dicevo: tra un caffè e l’altro spiluccavo articoli e video su YouTube per capire meglio tre prodotti culturali che negli ultimi giorni in particolare hanno catturato la mia attenzione.

MAID, l’acclamata serie TV Netflix, The French Dispatch, ultima fatica di Wes Anderson di cui stanno parlando tutti e Strappare lungo i bordi (sì, anche di Zerocalcare stanno parlando tutti). Mi sarebbe piaciuto capire il come e il perché di ogni singola scena, trama, descrizione di personaggio. Ma le pause caffè non sono infinite e arrivata al sabato pomeriggio, mi si è accesa una specie di lampadina. In fondo, tutti e tre, non mettono in qualche modo al centro la narrazione autobiografica? Non fanno degli sforzi narrativi incredibili per raccontare (anche) la propria storia? Provo a tenere accesa questa lampadina per qualche minuto. Se non avete ancora visto niente di questi tormentoni del momento, chiudete gli occhi (oppure guardate solo le immagini, che da sole fanno poco spoiler). Grazie.

articolo del New Yorker su MAID, serie TV Netflix
Un articolo su Margaret Qualley, attrice protagonista della serie MAID

MAID, raccontare la propria storia, per salvarsi

“MAID”, Netflix: partiamo da qui. Mannaggia a me che ho preso pochi appunti su questa serie TV! Ma come si fa a scrivere e a segnarsi le cose, quando si è così presi da una narrazione? MAID è una storia di violenza domestica, abusi di genere, disturbi bipolari, figure professionali poco retribuite, riscatto sociale. E già così funzionerebbe, di suo. Funziona ancora meglio grazie allo sguardo magnetico della Qualley, che oltre a pulire le case degli altri più o meno devastate dalle rispettive vite, ne appunta i dettagli, ricostruendo le vicende di chi le abita, in modo più o meno simile a come lei sta cercando di ricostruire la propria vita. La protagonista si chiama Alex, e già qui appunto, funziona alla grande. Ciò che rende ancora più speciale questa storia però, è la forza salvifica della scrittura.

Se Alex si salva, è per tante ragioni e anche per tante persone che capiscono il suo talento e i suoi bisogni. E lo fanno proprio grazie al racconto della sua esperienza come domestica e a quel quadernetto scalcagnato su cui lei si esercita, casa dopo casa, passata di Dyson dopo passata di Dyson, a scrivere le storie degli altri. Così facendo, di fatto lei non solo racconta quel frangente (disperato) della propria vita, ma la rimette in ordine. Capisce che vuole imparare a scrivere meglio – perché è portata – e decide di andare al college. Alex è anche e soprattutto una madre, che in quel momento sceglie di riprendere in mano la propria esistenza e quella della figlia di tre anni, basandola su una cosa tanto effimera quanto potente: la parola scritta.

La crescita personale della protagonista, il suo passare attraverso il PTSD da violenza emotiva e l’arrivare finalmente a dargli un nome, sono storie di vita vissuta. La serie Netflix è infatti tratta dal libro della MAID originale. Un best-seller che negli States ha avuto un successo fulminante (pare fosse anche nella Summer reading list di Obama) e che l’ha resa un’autrice affermata. A volte scrivere di sé fa bene e raccontare la propria storia assume un potere catartico. Cosa succede invece quando oltre, a chi siamo, raccontiamo la nostalgia?

qualche appunto e il biglietto del cinema di The French Dispatch
“il languore della nostalgia” suonava troppo bene per non scriverlo

Wes Anderson e la nostalgia della vita

Impossibile guardare un film di Wes Anderson e non dire niente. THE FRENCH DISPATCH sta dividendo il pubblico dei fan di Wes e sta creando due scuole di pensiero nella platea in generale. Anderson ha fatto un film solo per sbattere in faccia a tutti quanto è bravo? Trattasi dell’ennesima collezione di miniature da presepio vivente? E poi questa cosa che ti s’insinua dritta al cuore: “The French Dispatch è una lettera d’amore al giornalismo e ai giornalisti.”

Pare non sia del tutto così. Però sì, di giornalismo – quello bello, long-format, intenso e privo della vergogna di esprimersi liberamente – questo film parla davvero. E lo stesso Wes Anderson ha confessato (ce lo si poteva anche immaginare, vero Wes?!) d’essere un appassionato lettore e collezionista del New Yorker, pubblicazione alla quale l’opera s’ispira. Sì, ma… è un film vero con una storia da raccontare, una trama sua, oppure è semplicemente una carrellata di virtuosismi messi in scena da un egocentrico innamorato dei propri esercizi di stile? E qui il pubblico si divide: i popcorn in una mano, la mannaia nell’altra, perché ormai i dibattiti o si fanno accesi, o di questi tempi sembra di non avere un’opinione.

Forse siamo noi, sempre, il problema, perché le generazioni passano e le reference con il tempo si perdono; oppure perché in questo periodo surreale, ci basta l’assurdità del mondo reale. Però, anche qui, c’è tanto Wes. Come scrive Rolling Stone, c’è il genio (che puoi trovare ovunque, se quello è il tuo modo di guardare il mondo) e c’è il grande interrogativo su cosa sia l’arte e sul ruolo dell’artista. E soprattutto, c’è la speranza che là fuori ci sia ancora un editore – oppure un regista – pronto a dare spazio a chi cerca il bello e la meraviglia. Alle storie e a chi ha l’attitudine a narrarle. Grazie Wes: a tuo modo c’hai raccontato meglio anche un pezzetto di te e della tua nostalgia compulsiva. E di una generazione, quella innamorata del giornalismo lungo, lento, da gustarsi la domenica in panciolle, che sta scomparendo.

Il video di Zerocalcare su Strappare lungo i bordi
Non tutti i freelance vengono inghiottiti dal divano; la maggior parte però, sì.

Zerocalcare, raccontare una generazione

A proposito di generazione, veniamo all’ultimo pezzo forte di questo (mio) pezzo sconclusionato. Cercavo di ragionare sulle diverse modalità e motivazioni legate all’atto del raccontare la propria storia. E là fuori c’è chi è riuscito in un compito molto arduo: attraverso il racconto del sé, dei propri ricordi e dei dettagli intimi e veri, rendere giustizia al racconto di un intero mondo. Quello di chi oggi si colloca tra i 30 e i 40 anni. Di chi si trova ancora a sentirsi stropicciato in ruoli spesso calpestati da gente più giovane, o mai del tutto realizzato. Con STRAPPARE LUNGO I BORDI, l’arte del fumetto di Zerocalcare diventa serie TV Netflix. Breve, ma intensa. Sarebbe da riguardare ogni singola scena, un po’ come ogni singola tavola.

A cominciare dai momenti in cui a entrare in scena è lui: grosso, ingombrante e ovviamente troppo sincero, come solo la coscienza sa essere quando cerchiamo di capire meglio le nostre vite e le scelte che stiamo facendo. Mi riferisco ovviamente all’Armadillo, unico personaggio doppiato da qualcuno che non sia l’autore, nella quasi totalità dei 6 episodi. In questa carrellata di aneddoti, divani che sembrano inghiottire una vita come i draghi sputano fuoco nel trono di Spade, c’è Zerocalcare. Ci sta la sua forza di usare la sua lingua, la sua personalissima realtà. E di raccontarla, disegnata (quindi anche scritta), doppiata e musicata (pezzi meravigliosi) grazie al lavoro di tipo 200 persone.

Raccontare la propria storia qui non è la finzione che, grazie alla forza universalizzante della narrativa come in Wes Anderson, prende il sopravvento. E non è nemmeno l’atto salvifico che permette il riscatto finale, come in MAID e nel suo libro di partenza. Qui c’è un uomo di 37 anni, un artista, che mette in scena la propria visione del mondo di fronte allo sconforto della perdita. Al senso di responsabilità, all’amicizia, ai non-detti, agli anni che passano e a noi che ancora cerchiamo di capire che tratteggio dare alle nostre vite. Una forma, fosse anche quella delle parole, può essere utile.

Come si fa a raccontare la propria storia?

Forse più che chiederci come si fa a raccontare la propria storia, ci dovremmo chiedere perché si può scegliere di mettersi a nudo. Oppure di trasmettere anche solo una piccola narrazione di sé, proiettandola su una pagina, o magari su uno schermo. Confezionandola a parole e immagini e recapitandola all’altro, o agli altri, come gesto terapeutico. Come espressione del mondo che abbiamo dentro. Come mestiere del vivere, che tanta fatica ancora facciamo a comprendere.

Se avessi anche io un Armadillo, al posto della Lince, probabilmente a questo punto mi direbbe che il sabato pomeriggio si fanno le pulizie e che non posso restare attaccata al computer anche oggi, fingendo di scrivere cose interessanti solo per avere un momento l’attenzione dei famigerati 40 lettori. Ma se non siamo qui per creare la nostra personalissima storia, allora cosa ci stiamo a fare? E se per capire lungo quali bordi è bene strappare la carta che ci compone, scrivere di noi ci aiuta… perché non provare?

Ci deve essere una sottile linea rossa che divide l’eserciziodistile-virtuosismo-narcisismo dal piacere (e dal bisogno reale) di raccontare la propria storia. Probabilmente c’è ed è cosa sana renderla visibile, se non agli occhi degli altri, almeno ai nostri. Scrivere, disegnarsi, raccontarsi può fare un gran bene. A volte a noi stessi, e magari un po’ anche agli altri.

STRANGER THINGS ci fa sentire a casa

Sarà anche strano, ma STRANGER THINGS ci fa sentire a casa. Guardare questa serie a 33 anni significa ammiccare continuamente alla te bambina, o ai bambini che sono stati i tuoi cugini. Un ammiccare legato all’età e al gioco di specchi adottato dalla comunicazione della serie Netflix. O meglio: di una delle serie TV più amate di sempre. Mi sono chiesta che cosa mi risvegliasse dentro questa storia, con le reference agli anni Ottanta e alla filmografia che ha accompagnato almeno i primi Novanta. Mi sono risposta che trama e personaggi, linguaggio, dialoghi e situazioni della storyline in qualche modo mi fanno sentire a casa. In due modi però contemporanei e tra loro opposti. Mi chiedo se valga lo stesso anche per gli altri spettatori nati prima del crollo del Muro di Berlino.

L’infanzia è un posto bellissimo, un luogo un po’ mitico di cui non possiamo ricordare tutto. Un’età incantata sulla cui pellicola restano impresse soltanto alcune scene. La stessa età benedetta che Undi (la protagonista, se STRANGER THINGS ne ha davvero una) ha per così dire vissuto a metà. Mi sento un po’ ridicola a scriverlo, ma ovviamente, se non avete ancora visto la serie Netflix, fermatevi qui. Spoilers ahead guys!

Da nata alla fine degli anni Ottanta, mi è difficile dire di potermi davvero calare nell’atmosfera dell’ultima Guerra Fredda. Mi mancano molte basi effettive, reali, che per ragioni del tutto anagrafiche non riesco a rievocare. Per me è un po’ come riconoscere di avere delle briciole di Hansel e Gretel da raccogliere, per riportarmi indietro a tanto, tanto tempo fa. A quel Sottosopra confuso e un po’ incenerito al quale appartengono i ricordi monchi, sognati, in parte rimossi o semplicemente cancellati.

STRANGER THINGS è anche un inno all'amicizia
scena iconica e mood di STRANGER THINGS

Guardare una serie TV e cercare di entrare nella sua storia (o nella sua genesi) include anche il livello cosciente. Quello della ricerca logica di un senso compiuto ai mille perché ai quali i ricordi offrono solo suggestioni. Attivare questo livello sui se stessi spettatori, a trent’anni passati, è come riconoscere di avere passato la soglia… il Gate, la Porta per un’altra dimensione. La maturità? La mezza età? Il mezzo del cammin di nostra vita è tempestato dei detriti di chi avremmo potuto essere e non siamo stati. E qui ci sono anche tutte le Undici che in parte sappiamo di essere, con o senza capelli. Per un eccesso di empatia ereditaria, per la ricerca spasmodica di sfidare i limiti del nostro cervello.

Per me STRANGER THINGS è quel fenomeno che entra nel Void, nella dimensione perfetta del trovarsi a metà. In uno spazio buio, un po’ umido e indefinito in cui ci si inoltra solo a piedi nudi. Si calpesta un pavimento oscuro e condiviso non sappiamo con quali altre presenze, talvolta anche con dei mostri. Un posto in cui non distinguiamo più ciò che osserviamo per piacere da ciò che invece studiamo per dovere. Una deformazione professionale che forse mai, da figli più o meno legittimi degli anni Ottanta, ci saremmo sognati di portarci appresso.

Un po’ come la Eleven della serie cammina sospesa in un mondo condiviso di pensieri in cui tutto si mescola, così anche noi, tutti un po’ liberi professionisti manager di noi stessi, camminiamo su assenze di confini. Della vita privata, del lavoro classicamente definito. Dall’altro lato ci sono un poliziotto, uno scienziato, una casalinga, una commessa, un professore delle superiori. Personaggi standard che ci piacciono per la sicurezza che hanno trasmesso ai noi, piccoli dell’epoca dell’incertezza nucleare e delle vecchie certezze su ruoli e mestieri. Ai noi che come Undi si cercano, cercando gli altri nel Vuoto.

STRANGER THINGS ci fa sentire a casa, ma nel Sottosopra
un saluto dall’UpsideDown

La comunicazione su cui STRANGER THINGS si muove è semplice e geniale. Le reference agli oggetti di consumo mediatico dell’epoca. A linguaggi non più in uso e codici comunicativi ormai lontani. La trama c’è e secondo me si sente, ma a tratti vale di più lo storytelling dei ragazzini emarginati perché nerd e secchioni, teneramente geek.

Perché abbiamo bisogno di questa serie TV, anche ora che SQUID GAME reclama attenzione globale (mentre di STRANGER THINGS c’è una ben quarta stagione che hanno appena finito di girare)? Forse perché è scritta bene. Miscela con la stessa accortezza horror e tenerezza. Perché il sorriso di Dustin e il ciuffo finto-ribelle di Steve ci riportano a codici di mode che ci sembrava di conoscere. Perché è il demogorgone che ci portiamo dentro che alla fine non muore mai e resta, aggrappato come le nostre incertezze di generazioni perdute tra mondi, ad una dimensione che non è più la sua. Ci piacciono le storie con i buoni, i cattivi, le zone d’ombra tra colpevolezza ed innocenza, l’ignoto da capire prima ancora che da dominare.

Il continuo strizzare l’occhio dei fratelli Duffer agli Eighties, con i Clash di sottofondo, il consumismo, i limiti dei centri commerciali, la DeLorean che prende il volo… Ci sentiamo a casa, noi figli sperduti di un’epoca mai avveratasi. Ci riconosciamo nelle Converse pasticciate, le biciclette con i campanelli personalizzati, uno skate che spunta all’improvviso e tutti quegli ombretti colorati ad alleggerire le spalline imbottite.

Più guardiamo la serie, meno capiamo se ci riconosciamo maggiormente in quel mondo semplice, dall’acquisto facile e ben definito che stava per mutare grazie alle sue stesse embrionali innovazioni. O se ci ritroviamo di più in quell’esperimento sociale di Undi e del suo capire che di dimensione definita non ce n’è mai soltanto una. E che il mondo all’improvviso si può tramutare in un Sottosopra di cui ancora ci affanniamo a trovare gli strumenti giusti per poterlo comprendere sul serio. Per poterlo navigare, con o senza sangue che gocciola dal naso. Ecco perché STRANGER THINGS ci fa sentire a casa.

Le storie di Orgosolo

Orgosolo è fatta di case, oppure semplicemente di storie? E quanto si può condensare una storia in un dipinto sul muro, con l’intonaco e a volte anche i nudi mattoni a fare da tela? Sono domande alle quali non ho trovato risposta, quel mezzogiorno d’agosto in Barbagia. So solo che Orgosolo, borgo o paesino a seconda delle preferenze, famoso in tutto il mondo per i suoi murales sgargianti, era tappa obbligata. Impossibile toglierlo dall’itinerario: troppa curiosità, troppa storia, troppa notorietà, troppo tutto. Perfino troppa Barbagia che, se all’inizio ci attirava (colti dalla volontà di cercare di comprendere l’interno), a quel punto era diventata una necessità. Un richiamo forte, forgiato dal termine più bello incontrato in questo viaggio on the road: “barbaricino”.

Orgosolo, Grazia Deledda

Ad Orgosolo sono arrivata praticamente per osmosi, a causa della passione mal celata del mio compagno, da sempre ricettivo alla geografia. Il marketing territoriale, le strategie turistiche, ma soprattutto la capacità di fare rivivere un luogo sono il suo pane. Un pane che a questo punto era diventato anche il mio boccone di viaggio, mangiando dalla stessa ciotola.

un tuffo nella tradizione

Ma sarei ipocrita se dicessi che la tappa di Orgosolo è stata solo un contentino dettato dalla buona pace della coppia e dalla curiosità verso gli arcani del banditismo. Ad Orgosolo ho scattato più foto forse che in qualsiasi altra tappa del viaggio (che cocciutamente mi rifiuto di chiamare “vacanza”). E c’ho lasciato una serie di pensieri, attivatisi dalle micce dei dipinti sui muri, di quello sforzo collettivo di rivalutazione e storytelling, di racconto a metà d’artista e a metà dal basso. Gli stessi pensieri mi hanno seguita fino a casa, altrimenti non mi troverei qui a scriverne ora, di rientro da una conferenza stampa. Forse perché viaggiare è soprattutto questo: conoscersi, interrogare un posto nuovo in cerca di risposte sul proprio; oppure di nuovi interrogativi da declinare nei luoghi che chiamiamo “casa”.

Orgosolo, Faber

Quello su Orgosolo potrebbe tranquillamente essere un post di sole foto, una carrellata infinita di immagini, galleria fatta di colore, linee, ritratti più o meno riusciti. E di fatti questo borgo è una narrazione tutt’altro che lineare, ma immersiva, che rimbalza di angolo in angolo, tra un vicolo e l’altro del centro abitato. Una narrazione in cui le parole sono presenti, ma hanno ragion d’essere solo per contestualizzare o per dare ulteriore voce al contenuto di carattere visuale.

Orgosolo, tra le case

Chi come me lavora nella comunicazione e ama la parte visiva, ma ha una vera strizzata di cuore solo quando il racconto sono i vocaboli scritti a comporlo, si trova spesso nell’eterno conflitto: vale di più il testo, oppure l’immagine? E Orgosolo a modo suo ti mette di fronte a quest’interrogativo anche in maniera abbastanza sfacciata. Sei lì, in quello che sembra già di suo essere il set di un film, nel quasi bel mezzo del meraviglioso nulla, e ti trovi parte di un fotogramma dietro l’altro. Una pellicola infinita di murales, murales e murales. Alcuni infantili, altri ricercati, tutti a loro modo significativi. Persino le immagini di oscenità scarabocchiate per sbeffeggiare l’arte – o forse per prenderla meno sul serio – fanno parte del quadro. Eppure, a gente come me che intende il mondo per parole più che per forme e colore, tutto questo ha bisogno di venire rielaborato, in qualche modo.

Orgosolo, tra le vie

Orgosolo però ha questo grande privilegio: non si spiega. Nel senso che non ne avverte la necessità. Tu cammini per le vie del paese e ti specchi in un Faber con chitarra, in un Terzani con elefante e in ogni povero Cristo dipinto su quei muri per testimoniare il passato. Quante di queste espressioni artistiche sono realmente volute dal popolo? Quanto il popolo ha compreso l’importanza della loro presenza per dare un futuro ad un borgo che altrimenti risulterebbe aspro e forse scialbo?

Orgosolo, progress or process?

Queste però sono le domande sbagliate. Forse l’unica cosa che ci si può chiedere, andando oltre la suggestione profonda che si prova nel camminare con gli occhi fissi ai muri di case abitate e trasformate in un enorme esperimento di storytelling, è sullo spirito. Con lo spirito di un luogo non si scherza. Di posti dalle identità fittizie, perdute, posticce, prese in prestito o semplicemente assenti ne abbiamo fin troppi. Orgosolo ha questo privilegio anche: di essersi rifatto la facciata, senza perdere l’essenza. Lo spirito perdura, traspare e concede di affiggere nuove storie, impregnandone vecchi intonaci, senza snaturarsi. Ci sarà anche la trovata commerciale, attirerà un botto di turisti famelici dello scatto più bello o più instagrammabile. Ma questo non tradisce il luogo, non lo snatura. Anzi, credo che a suo modo arrivi perfino a potenziarlo e che tutto questo colore e racconto visivo, di fatti politici, antiche tradizioni, scrittori e pastori insieme ne faccia davvero parte.

anche questo fa parte del racconto

Ad Orgosolo non ho trovato la pretesa del dare una nuova connotazione forzata ad un luogo. Mi è sembrato invece di sentire la forza chiusa e aspra della Barbagia trovare un modo per esprimere la sua bellezza. Non ho visto l’imposizione calata dall’alto, ma solo l’anima che, tra le giravolte delle viuzze e i click delle macchine fotografiche, si esponeva nuda. Coprendo i muri di nuovi racconti, essa svelava la parte di sé – di noi in quanto esseri umani – più complicata in assoluto da mostrare al prossimo o ai posteri: la tenerezza del racconto singolare, di quello collettivo e di ciò che ne emerge quando i due si fondono. Bellezza appunto, forse decorativa, ma non per questo meno autentica.

Orgosolo, Pintor

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