Il tempo, che cosa affascinante! Potessimo fermarlo, vedere con i nostri occhi com’era la vita di un luogo ormai lontano, separato per sempre dal nostro mondo… Annalina Molteni, una delle protagoniste della rassegna letteraria UNIMONT “racCONTA LA MONTAGNA“, ha provato a raccontarci come ci si sente. Ne è emerso il romanzo “L’ombra dei Walser”. Battendo al computer la storia del giovane Sebastiano e della valanga che gli preclude il ritorno a casa, l’autrice ha in realtà intinto il pennino in un calamaio antico. L’inchiostro con il quale ha vergato le 331 pagine del suo libro – edito da MonteRosa per la collana Gli Anemoni – profuma di fienagioni, tronchi di larice lasciato seccare al sole e neve pronta al disgelo.
Tra gli aspetti che preferisco del seguire una rassegna letteraria c’è il privilegio d’incontrare gli autori. Di sedersi a tu per tu con loro, strappando quei cinque, dieci minuti alla normale amministrazione del tempo. Un tempo che, dopo aver esaurito le parole dedite alla presentazione del libro, resta ancora più prezioso, stiracchiato. Eppure, allo stesso tempo ho avuto il piacere di riscontrare come questo si dilata, per fare spazio all’istante prezioso dell’incontro. Al dono dell’empatia. Questo per dire che non vedo l’ora di fare la conoscenza diretta di Annalina Molteni e di farci due chiacchiere, mercoledì 17 gennaio.

Ed è proprio la suggestione del tempo e della possibilità d’isolarsi da quanto ci circonda, ritagliandosi uno spazio personale e saviamente condiviso, ad alimentare la mia curiosità. Il romanzo “L’ombra dei Walser” è incentrato sul racconto di una civiltà che, ai più (tra i quali, mio malgrado, io stessa mi riconosco), risulta estranea. Sepolta sotto una Storia tiranna che sembra – per restare nel gioco di visioni e rimandi presenti nel testo – esserle franata addosso. Qui il rischio è quello di fare troppo spoiler. Provo ad assumere un punto di vista diverso, che vada oltre il “perché consigliare questo libro”. Con malcelata autoreferenzialità passerò direttamente al punto focale del perché ne sto scrivendo, ergo, perché ho per l’appunto deciso di scriverne in questo blog.
Ci sono storie e storie, ma di storie sempre si parla. Tra le storie di cui avverto maggiormente il fascino ci sono quelle semi-dimenticate. Quelle lontane, di cui tutti – o quasi – sembrano avere perso memoria. La bravura dell’autrice, in questo caso, sta proprio nella capacità di rendere accessibili alcuni tratti salienti di un popolo di cui in buona parte ci siamo dimenticati. E in questo, l’espediente di ricorrere alla narrativa al posto che alla pura saggistica si è rivelato vincente. Spesso infatti, i testi che seguono le vicende di una cultura sotto il profilo storico o antropologico corrono il rischio di cristallizzarsi in ottime opere che, per quanto fruibili, poi si attestano essere ad appannaggio di pochi. Non così con “L’ombra dei Walser”, che del romanzo ha tutti i privilegi. Si aggiunga: del romanzo di formazione.

Anche questo è un aspetto che mi piace: che ad affacciarsi a una cultura lontana sia un ragazzo. Qualcuno che ancora adulto non è e che per farsi uomo necessita di sottoporsi – a suo modo – a una serie di prove. La prova forse più grande per un giovane della nostra epoca è quella di “staccarsi”. Di scrollarsi di dosso il mondo della tecnologia, diventando irreperibile per gli amici e i sedicenti tali. Financo per sé stesso. L’antico concetto del perdersi per ritrovarsi. Così facendo, Sebastiano entra di diritto in un topos letterario (e fisico) in cui a scandire l’incedere delle lancette è l’alternarsi delle stagioni. Il ritorno della luce diventa allora il segnale della vita che si riprende i suoi spazi.
Ma il libro non parla solo della condizione di isolamento che, a ben vedere, può rappresentare anche il presupposto per aprire le strade ad ogni tipo di conoscenza. Quell’andare a fondo che consente di raggiungere l’autentico e che è, per l’appunto, reso possibile solo dal soffermarsi davvero sulle cose. Stare in silenzio, osservare, prendere parte senza fretta e togliere di torno ogni possibile elemento di distrazione che distolga l’attenzione dalla percezione concreta.
Se dapprima quindi Sebastiano – questo il nome del giovane protagonista del romanzo – si trova a dover far fronte allo stare fermo, bloccato in un mondo non suo, poi il processo s’inverte. Anche questo è un aspetto conoscitivo interessante e, a mio avviso, necessario. Prima di partire alla ricerca delle tracce di qualcosa, magari percorrendo a piedi un ampio tratto dell’arco alpino, c’è bisogno di avere assimilato. E una buona assimilazione presuppone una pausa, una decantazione di quanto incontrato.

Anche per questo “L’ombra dei Walser” più ci penso più desta il mio interesse. Perché per quanto semplice la vicenda possa sembrare (incamera infatti alcuni elementi narrativi ben noti, come il viaggio dell’eroe, l’importanza dell’amicizia nella formazione del protagonista, il ruolo degli aiutanti, etc.) è tutta imperniata sul valore del tempo. Sull’uso che ne facciamo e su cosa ne condiziona – anche metaforicamente parlando – il suo scorrere.
In tutta questa dinamica, i Walser emergono come quel popolo fiero, chiuso per necessità di difesa più che di alterigia, che nel corso dei secoli ha saputo mostrare salda la propria identità. Un’identità frammentata in comunità anche lontane tra loro, contraddistinte dalla necessità di riconoscersi a vicenda. In simboli facilmente trasmissibili, una lingua distinguibile e tradizioni che non si lascino erodere dalla lancette di un orologio. Una storia, insomma, la cui eco ci arriva da lontano. Non tanto in termini di spazio, quanto di frequentazione di tempi solo all’apparenza perduti.
