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STRANGER THINGS ci fa sentire a casa

Sarà anche strano, ma STRANGER THINGS ci fa sentire a casa. Guardare questa serie a 33 anni significa ammiccare continuamente alla te bambina, o ai bambini che sono stati i tuoi cugini. Un ammiccare legato all’età e al gioco di specchi adottato dalla comunicazione della serie Netflix. O meglio: di una delle serie TV più amate di sempre. Mi sono chiesta che cosa mi risvegliasse dentro questa storia, con le reference agli anni Ottanta e alla filmografia che ha accompagnato almeno i primi Novanta. Mi sono risposta che trama e personaggi, linguaggio, dialoghi e situazioni della storyline in qualche modo mi fanno sentire a casa. In due modi però contemporanei e tra loro opposti. Mi chiedo se valga lo stesso anche per gli altri spettatori nati prima del crollo del Muro di Berlino.

L’infanzia è un posto bellissimo, un luogo un po’ mitico di cui non possiamo ricordare tutto. Un’età incantata sulla cui pellicola restano impresse soltanto alcune scene. La stessa età benedetta che Undi (la protagonista, se STRANGER THINGS ne ha davvero una) ha per così dire vissuto a metà. Mi sento un po’ ridicola a scriverlo, ma ovviamente, se non avete ancora visto la serie Netflix, fermatevi qui. Spoilers ahead guys!

Da nata alla fine degli anni Ottanta, mi è difficile dire di potermi davvero calare nell’atmosfera dell’ultima Guerra Fredda. Mi mancano molte basi effettive, reali, che per ragioni del tutto anagrafiche non riesco a rievocare. Per me è un po’ come riconoscere di avere delle briciole di Hansel e Gretel da raccogliere, per riportarmi indietro a tanto, tanto tempo fa. A quel Sottosopra confuso e un po’ incenerito al quale appartengono i ricordi monchi, sognati, in parte rimossi o semplicemente cancellati.

STRANGER THINGS è anche un inno all'amicizia
scena iconica e mood di STRANGER THINGS

Guardare una serie TV e cercare di entrare nella sua storia (o nella sua genesi) include anche il livello cosciente. Quello della ricerca logica di un senso compiuto ai mille perché ai quali i ricordi offrono solo suggestioni. Attivare questo livello sui se stessi spettatori, a trent’anni passati, è come riconoscere di avere passato la soglia… il Gate, la Porta per un’altra dimensione. La maturità? La mezza età? Il mezzo del cammin di nostra vita è tempestato dei detriti di chi avremmo potuto essere e non siamo stati. E qui ci sono anche tutte le Undici che in parte sappiamo di essere, con o senza capelli. Per un eccesso di empatia ereditaria, per la ricerca spasmodica di sfidare i limiti del nostro cervello.

Per me STRANGER THINGS è quel fenomeno che entra nel Void, nella dimensione perfetta del trovarsi a metà. In uno spazio buio, un po’ umido e indefinito in cui ci si inoltra solo a piedi nudi. Si calpesta un pavimento oscuro e condiviso non sappiamo con quali altre presenze, talvolta anche con dei mostri. Un posto in cui non distinguiamo più ciò che osserviamo per piacere da ciò che invece studiamo per dovere. Una deformazione professionale che forse mai, da figli più o meno legittimi degli anni Ottanta, ci saremmo sognati di portarci appresso.

Un po’ come la Eleven della serie cammina sospesa in un mondo condiviso di pensieri in cui tutto si mescola, così anche noi, tutti un po’ liberi professionisti manager di noi stessi, camminiamo su assenze di confini. Della vita privata, del lavoro classicamente definito. Dall’altro lato ci sono un poliziotto, uno scienziato, una casalinga, una commessa, un professore delle superiori. Personaggi standard che ci piacciono per la sicurezza che hanno trasmesso ai noi, piccoli dell’epoca dell’incertezza nucleare e delle vecchie certezze su ruoli e mestieri. Ai noi che come Undi si cercano, cercando gli altri nel Vuoto.

STRANGER THINGS ci fa sentire a casa, ma nel Sottosopra
un saluto dall’UpsideDown

La comunicazione su cui STRANGER THINGS si muove è semplice e geniale. Le reference agli oggetti di consumo mediatico dell’epoca. A linguaggi non più in uso e codici comunicativi ormai lontani. La trama c’è e secondo me si sente, ma a tratti vale di più lo storytelling dei ragazzini emarginati perché nerd e secchioni, teneramente geek.

Perché abbiamo bisogno di questa serie TV, anche ora che SQUID GAME reclama attenzione globale (mentre di STRANGER THINGS c’è una ben quarta stagione che hanno appena finito di girare)? Forse perché è scritta bene. Miscela con la stessa accortezza horror e tenerezza. Perché il sorriso di Dustin e il ciuffo finto-ribelle di Steve ci riportano a codici di mode che ci sembrava di conoscere. Perché è il demogorgone che ci portiamo dentro che alla fine non muore mai e resta, aggrappato come le nostre incertezze di generazioni perdute tra mondi, ad una dimensione che non è più la sua. Ci piacciono le storie con i buoni, i cattivi, le zone d’ombra tra colpevolezza ed innocenza, l’ignoto da capire prima ancora che da dominare.

Il continuo strizzare l’occhio dei fratelli Duffer agli Eighties, con i Clash di sottofondo, il consumismo, i limiti dei centri commerciali, la DeLorean che prende il volo… Ci sentiamo a casa, noi figli sperduti di un’epoca mai avveratasi. Ci riconosciamo nelle Converse pasticciate, le biciclette con i campanelli personalizzati, uno skate che spunta all’improvviso e tutti quegli ombretti colorati ad alleggerire le spalline imbottite.

Più guardiamo la serie, meno capiamo se ci riconosciamo maggiormente in quel mondo semplice, dall’acquisto facile e ben definito che stava per mutare grazie alle sue stesse embrionali innovazioni. O se ci ritroviamo di più in quell’esperimento sociale di Undi e del suo capire che di dimensione definita non ce n’è mai soltanto una. E che il mondo all’improvviso si può tramutare in un Sottosopra di cui ancora ci affanniamo a trovare gli strumenti giusti per poterlo comprendere sul serio. Per poterlo navigare, con o senza sangue che gocciola dal naso. Ecco perché STRANGER THINGS ci fa sentire a casa.

Tornare a viaggiare

Tornare a viaggiare. Un privilegio per pochi, una necessità per molti. Siamo in tanti a pensare che il Covid ci abbia tolto anche questo, negandoci per lunghi mesi la possibilità di sentirci nomadi. Passeggeri di un treno, di una nave che salpa. Di una notte umida in cui girare la chiave nella toppa ha più significato di tutte le valigie fatte e disfatte nel corso di una vita.

Sardegna, lungo la strada

Viaggiare, tornare a respirare l’aria salmastra e prima ancora l’aria condizionata della sala poltrone o di un bar di un battello. Viaggiare, con gli occhi che si chiudono dalla stanchezza mentre si solcano le onde, senza volersi abbandonare al sonno cullante; impauriti che il canto delle sirene ci getti addosso un sortilegio, sottraendoci alla bellezza fulgida di quell’istante. Di gioia, di riscoperta.

Mai come nell’estate 2021 ci siamo sentiti liberi di viaggiare, quasi in dovere di rendere giustizia a quella parte di noi che ferma non sa stare e che non dovrebbe comunque farlo per più di un certo periodo.

Non significa per forza parlare la stessa lingua delle vacanze, dell’abbandono indolente ad una spiaggia, con il sole che ci scioglie di dosso la salsedine e ci sbianca le unghie. Viaggiare non è per forza questo, anche se troverei profondamente ingiusto definire il viaggio in modo univoco ed inequivocabile per tutti. Forse proprio perché l’equazione viaggio = libertà ne rivela la parte più veritiera, quella alla quale tutti prima o poi torniamo. Viaggiare rende liberi, ci fa tornare a quell’esigenza primordiale di staccarci dalla terra, da un porto, dalla stagione statica che alla fine di ogni corsa ci imprigiona.

Con lo zaino (quasi sempre) in spalla

Ognuno è un po’ antropologo di sé stesso e trova da solo le risposte che contano, ad un patto però: che si metta in cerca, che le rincorra tra i chilometri, o semplicemente tra le onde. E ad ognuno la sua meta, il suo punto d’arrivo in questo vasto mondo sballonzolante e mai davvero fermo: quel luogo più o meno precisato su di una mappa che si possa, anche solo per qualche giorno, nuovamente definire “casa”.

Per mettermi in gioco, per pizzicare le corde più profonde di quest’animo viaggiatore che da troppo tempo erano rimaste silenziose, mi sono fatta cullare dalla strada. C’è da dire che avevo un buon autista, uno di quelli che ti danno in consegna l’atlante stradale quando il segnale si fa inesistente. Ma anche uno di quelli che sono pronti ad accostare alla bellezza di un nuovo sperone roccioso da fotografare e… all’urgenza (casualmente simultanea) di una vescica da svuotare.

Tra le foreste della Sardegna, con lo sguardo all’insù

La meta non c’era, c’era solo il viaggio. Con tante piccole-grandi tappe quante la mente ne potesse assorbire nel corso dei giorni. Perché una cosa sola si stava cercando, insieme allo staccare le ali dal suolo e tornare a sentirsi vivi, parte di un mondo più vasto del quotidiano. E quella cosa era capire, nel profondo (e per quanto possibile in pochi giorni) una terra: la Sardegna.

2.289 chilometri on the road, da Malegno a Malegno, dal 29 luglio al 9 agosto. Disegnando un nuovo perimetro a quest’isola meravigliosa. Scherzando con il profilo frastagliato delle sue coste, componendone i pezzi del puzzle e ricercandone le corrispondenze negate nelle asperità dell’interno. Un viaggio, tra il profumo pizzicante dell’elicriso e l’incanto dei nuraghi abbandonati, tra l’azzurro smeraldino dell’acqua e le ombre sanguinanti delle foreste di sughero. Con la Murgia, la Deledda, Lilli e Vittorini a drappeggiarne una nuova e intensa sagoma d’altrettanto intense parole.

Il mare, specchio d’argento nella luce del mattino

E, gira che ti rigira, come da ogni grande o minuto viaggio che davvero si compie, siamo tornati due volte al punto di partenza (Olbia prima, la Valle Camonica poi), per accorgerci che la più grande trasformazione non era passata attraverso l’immagine catturata dalla retina dei nostri occhi, ma nel nuovo modo con il quale abbiamo imparato a cercarci nello specchio.

Questa però, è materia per un altro post. E per i mesi che verranno, in cui ciò che si è mostrato al nostro sguardo chiede giustizia e implora di venire assecondato, anche da fermi. Giorno dopo giorno, portando avanti la strada intrapresa e senza paura di percorrerne di nuova, per quanto aspra possa essa sembrare. O anche semplicemente e profondamente: essere.

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