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Kleo e la metamorfosi di Berlino

L’identità di un luogo è una delle cose più difficili da razionalizzare. Riesci a descriverla senza raccontarla, sempre procedendo per paragoni, per associazioni d’idee. Berlino rifugge a una classificazione e questa è una delle sue caratteristiche che più ce l’hanno fatta amare. Almeno finora.

Sono stata legata a Berlino per un breve periodo della mia vita. C’ho vissuto e bazzicato per qualche mese una decina d’anni fa.

Dicevano che stava già cambiando pelle, che stava diventando troppo di moda e che, con l’aumento dei prezzi delle case, le realtà artistoidi nel settore est sarebbero andate altrove. Il processo era già in atto.

Eppure, Berlino era bellissima.


Fervida d’idee, di iniziative e con quella sensazione che nulla davvero fosse importante se non l’esprimere sé stessi, il cercare sé stessi. Il perdersi nel tentativo di cercare per sé la definizione migliore: quella che ti stava meglio addosso, non la più appropriata.


Quando ho visto Kleo, la serie Netflix uscita con la seconda stagione la scorsa estate, ho pensato parecchio a Berlino. A quanto deve essere cambiata in questi 10 anni e a come le avventure alla Tarantino di un ex agente della DDR dopo il crollo del muro riescano a descriverla senza troppi giri di parole.


Volevo scriverci un pezzo, su questa serie. Provare a raccontare come si lega alla ricerca identitaria di una donna e come questa, a sua volta, si scontra e lega alla ricerca identitaria della sua città. Tanto uguale quanto incredibilmente diversa dagli anni della Guerra fredda.


Kleo, questa macchina da guerra un po’ pazza e un po’ intrappolata nelle macerie di una sensibilità che non può esprimere, mi ha fatto riflettere su alcune taciute verità.


Su come i più grandi fenomeni religiosi del Secolo breve siano espressione della politica. E su come tutto questo credere nel politico sia poi stato rimpiazzato non tanto dal dollaro, quanto dalla fede cieca in un futuro più bello, grande, immenso e lussuoso. All’altezza di ogni sogno e soprattutto acquistabile, magari in comode rate.

Poi domenica, su un treno per Roma – altra grande città difficile da raccontare se non per sensazioni – ho visto l’articolo di Uski Audino su La Stampa. “Quei tagli alla cultura nel cielo di Berlino”.

Ho pensato fosse la fine di un sogno, di un’eterna adolescenza votata a rifiutare le logiche spietate del mondo adulto. Di quel mondo che ha dominato la narrativa dopo il crollo del muro.

“Berlino e la sua identità rischiano l’estinzione”, leggo.

Si parla di circa 130 milioni in meno di fondi alle iniziative a carattere culturale. A qualsiasi tipo d’iniziativa a carattere culturale. Dai grandi musei alle piccole associazioni. Dalle realtà musicali alle organizzazioni che arricchiscono la scena dei club (altro aspetto chiave dell’anima berlinese che emerge bene nella serie Netflix).


Un taglio che a quanto pare non tiene conto dei suoi risvolti identitari per la città, tantomeno della forte richiesta turistica che questo vivaio di iniziative culturali rappresenta. Un’attrattiva – anche economica – che in tempi di ristrettezze viene fatta passare per il giochino delle élite.


La cultura.


Quell’altra “cosa” indefinibile che andrebbe invece salvaguardata, sempre e comunque. Soprattutto in tempi elettorali variabili, in cui i sondaggi ci restituiscono l’immagine di una Germania che preferiremmo non contemplare nemmeno come ipotesi.


Kleo, splendida agente di fine anni Ottanta. Vittima di regimi, relazioni e cambiamenti. Simbolo di un’epoca destinata a trovare risposte più dentro che fuori. Figlia di narrative più grandi di lei, che può diventar donna solo nello scrivere e riscrivere personalmente la propria storia.


Kleo ha cambiato pelle. Berlino è rinata da quel cambiamento di pelle. Povera ma sexy, come si è detto fin qui. Un’anima capace di mille metamorfosi. E di sopravvivere a grandi cambiamenti. Almeno finora

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