Mark Zuckerberg ha cambiato rotta su quelli che sembravano essere diventati due pilastri di Meta: il controllo dell’affidabilità delle notizie e le politiche di inclusività aziendale. Due decisioni legate più che mai all’attualità statunitense di cui almeno la prima avrà un impatto diretto su tutti noi.

L’abbandono del fact-checking – per ora solo negli Stati Uniti, ma accompagnato dalla modifica delle modalità di moderazione dei contenuti su Facebook e Instagram in tutto il mondo – è stato annunciato a inizio settimana scorsa.

Nel video in cui Zuckerberg (CEO di Facebook, Instagram e Threads) spiega il perché e le modalità applicative di questa decisione, si tira in ballo la libertà d’espressione.

Ritratto di Mark Zuckerberg generato dall’intelligenza artificiale

La decisione è stata tanto improvvisa che pare avere colto alla sprovvista le realtà, formate da team di giornalisti esperti, cui Meta si è finora affidata da quando era stata introdotta la policy del fact-checking (il controllo sulla veridicità-affidabilità delle notizie).

Aziende che c’hanno tenuto a precisare come non abbiano mai portato avanti azioni di censura: si limitavano a segnalare i contenuti privi di veridicità e potenzialmente pericolosi. Ma l’ultima parola su cosa rimuovere dalle piattaforme, spettava a Meta (azienda da 1,5 migliaia di miliardi di dollari), non ai fact-checkers.

Non è un mistero che il cambio di rotta arrivi pochi giorni prima dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Tanto più che, in sostituzione dei team dei tanto vituperati “controllori” delle notizie, si è scelto di adottare un approccio simile a quello già messo in atto da Musk su X: le Community Notes.

Ossia: starà agli utenti segnalare i contenuti ritenuti sospetti, in un clima che ricorda quello della peer review (ma non tra addetti ai lavori).

Resta da vedere cosa accadrà quando la decisione verrà estesa all’Unione Europea, dove vigono norme più ferree riguardo a cosa si possa mettere online e a chi ne sia responsabile.

Appare infatti ormai chiaro da anni che le piattaforme social non siano semplici mediatrici di contenuti informativi, ma che piuttosto giochino un ruolo non di poco conto nella loro diffusione. In un mondo in cui le notizie false s’incontrano con una frequenza che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, ha senso ritenere sia destinata a crescere.

Che Zuckerberg la voglia incasellare come una scelta volta a garantire una maggiore libertà d’espressione, è una strategia vista già altrove. Sicuramente ogni sistema è perfettibile e, come lui stesso suggerisce nel video, non si arriverà mai alla perfezione.

Ma ritenere che gli errori sin qui compiuti siano in numero talmente alto da giustificare di sopprimere il fact-checking, appare a molti come una scusante. Una tattica che pare strizzare l’occhio al nuovo establishment statunitense.

Un cambiamento in cui siamo tutti, a nostro modo, coinvolti. In quanto chiamati a divenire ancora più responsabili in merito alle notizie che postiamo e condividiamo.

E anche rispetto alla nostra facoltà di discernere tra l’effettiva difesa della libertà d’espressione e un atteggiamento di compiacenza verso i poteri forti.

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