“Ti è venuto in mente altro, c’hai pensato ancora?” le parole del mio compagno arrivano qualche giorno dopo aver visto il film. Soprattutto, arrivano dopo la lunga carrellata di confronto che abbiamo fatto in macchina, durante il viaggio di ritorno dal cinema. Una di quelle chiacchierate infinite che lui chiama – non senza una sottile ironia – esegesi. Pioveva, fuori era un mondo scuro, la macchina procedeva in direzione nord. O forse no, non pioveva, e la pioggia si è fissata nella mia mente come conseguenza diretta della tanta acqua disegnata da Miyazaki in quel suo ultimo capolavoro che è “Il ragazzo e l’airone”.
Pioggia o non pioggia, ricordo con estrema certezza che non ce la facevo più a trattenere le parole. Ho lasciato che fosse lui a esprimere per primo il suo punto di vista, ammettendo con tutta l’innocenza del mondo che il film gli era piaciuto, ma che allo stesso tempo non era sicuro d’averlo capito. Lo stesso potevo affermare con sicurezza anche io. Ma volevo azzardare qualcosa di più. Volevo – e ancora voglio, a distanza di giorni – provare ad entrare in tutto quel colore e in quell’alternarsi di scene fanciullesche con momenti onirici che sprofondano nell’inconscio più scuro.
C’ho pensato un po’ prima di scrivere questa riflessione. Che valore può portare all’insieme pluriforme di voci e punti di vista sull’opera di un maestro indiscusso? Probabilmente nessuno. Ma ripercorrere il filo emotivo di quel dialogo intessuto subito dopo la visione mi fa stare bene. Getta il ponte tra questi ed altri pensieri. Soprattutto perché è passato un po’ di tempo, quindi la maggior parte delle persone che conosco e che amano Studio Ghibli nel frattempo non temono lo spoiler. Piccola premessa: per scelta, non ho voluto leggere nessuna analisi, critica, né recensione prima di mettere online questo pezzo. Perciò, se state leggendo e vi sembra d’avere già letto tutto questo altrove, trattasi di pura coincidenza. Oppure di processo osmotico, altrettanto probabile.

“Questo è un viaggio sciamanico”. L’ho sussurrato all’orecchio del mio compagno – sempre lui, povero martire – in una sala mezza vuota. Non so perché non ci fosse molta gente: dato il successo indiscusso del regista e la lunga attesa quanto al rilascio della pellicola, mi aspettavo quasi di non riuscire a trovare posto. A mia discolpa quanto al gesto, dico che anche dietro di noi qualche voce si era già alzata per esprimere un parere. Le scene sullo schermo erano sempre più assurde, più inquietanti e insieme ingenue, colorate. Meravigliose. E poi c’erano tutti quei parrocchetti, che ogni volta che avanzavano affamati con un coltello “in mano” mi facevano sussultare pensando: “non riuscirò più a passeggiare serena in un parco a Roma. Terme di Caracalla, addio per sempre!”.
Ma la suggestione in quel momento era più forte della parte razionale. E probabilmente così doveva essere. Miyazaki è un campione quando si tratta di fondere tra loro elementi disparati e di restituire atmosfere oniriche, appunto. Da sogno nel senso esteso del surreale, dell’introspettivo, dell’inconscio. E quindi anche dell’incubo: di come qualcosa di così apparentemente innocente come un pappagallino verde si possa di colpo trasformare in una figura gigante assetata di sangue. Sempre senza perdere la smorfia quasi ebete, la forma piena del muso, il becco che più che affilato sembra fatto apposta per ricevere i grattini. Innocente, insomma.
Quasi quanto me, che nel proporre di andare a vedere “Il ragazzo e l’airone” non mi ero letta nulla. Non volevo recensioni, analisi, farina di altri sacchi. Smaniavo invece di poter ritrovare la forza della natura presente in Nausicaa della Valle del vento, oppure la leggerezza profonda di Porco Rosso. La forza del Dio-bestia in la Principessa Mononoke, lo stupore inenarrabile della Città incantata. Per non parlare della tenerezza profonda di Totoro, il personaggio di Studio Ghibli che forse più di tutti ha saputo bucare lo schermo, diventando l’emblema di questa felice produzione cinematografica. Della serie: non avevo fatto i compiti specifici ma ero, a mio modo, preparata.
E invece no. Non mi aspettavo di ripercorrere la via dei tre mondi lungo l’asse dell’albero della vita. Non pensavo di trovare una figura psicopompa, né di restare affascinata proprio dal dilemma sull’innocenza umana. O di specchiarmi in una delle massime della meditazione: la celebre la mente mente. E di inganni della mente “Il ragazzo e l’airone” è davvero ben fornito. Le illusioni sono spesso protagoniste delle scene. Prima fra tutte forse proprio quella in cui la madre, generata dal demone dell’airone, che dopo aver attirato il protagonista procede con il turpe liquefarsi sul divano. Lo stesso airone, così elegante e raffinato, rivela una vera natura di goffaggine e meschinità.
Ma se questi sono tutti particolari interessanti, indizi disseminati a mo’ di briciole di Pollicino, gli elementi centrali sono e restano due. Almeno per me, per la Sandra che appena uscita dal cinema non ce la faceva più dalla voglia di vincere il buio della notte piovosa con il recupero e la messa in fila delle immagini scintillanti sullo schermo. Smaniavo per ricomporle in un senso compiuto. La mia parte razionale, infatti, non voleva accontentarsi di vivere l’esperienza poetica – del sogno o del mito – e desiderava provare se non a spiegarla, almeno a contestualizzarla. Il fuoco, poi, altro elemento di morte e rinascita. Il tempo che inganna e seduce ma che procede come una lunga corsa lungo un corridoio circolare, le cui porte ne restituiscono solo le diverse facce… Tanti, troppi elementi.
E al centro della mia ricostruzione mentale si stagliavano queste due colonne portanti: la domanda su a chi spetta salvare il mondo e la certezza del viaggio sciamanico. “Il ragazzo e l’airone” ha una collocazione temporale che lascia spazio a pochi dubbi: il Giappone sta per affrontare l’atomica. Il mondo conosciuto fino ad allora andrà letteralmente in cenere. Di fronte alla consapevolezza dell’ineluttabilità della tragedia ormai prossima si può scegliere di fuggire. Di rifuggire quindi in un mondo parallelo, fatto di sogni, di idee, di libri e di illusioni. Oppure si può decidere di tornare al nucleo di quel mondo – come il vecchio prozio – e di modificarne l’assetto. Già, ma con quali risultati? Al protagonista – così come all’uomo – manca forse l’innocenza necessaria alla creazione di un nuovo Eden. Arriverà sempre un serpente, pronto a causare danni più grandi e gravi dei primi.
Al ragazzo al centro della storia non resta allora che risalire e ridiscendere lungo l’asse sciamanico che collega i mondi. Uscire dalla realtà ctonia delle nascite e delle morti, abbassarsi rispetto all’Iperuranio dei sogni e delle idee primigenie. E rientrare così nel mondo della contemporaneità. In quel presente nel quale in qualche modo si può sentire chiamato a stare. Ad essere, ad agire. A resistere e a fare del suo meglio per partecipare alle sorti del mondo. Apportando il suo piccolo e gentile contributo – salvare la matrigna e il nascituro non è poi roba di poco conto – per viverlo. E, se possibile, anche per migliorarlo. Ecco, oltre alla bellezza e alla plasticità dell’immagine, cosa rende “Il ragazzo e l’airone” un capolavoro del cinema d’animazione di tutti i tempi!
