Lincediseta

Copywriter. Dalla natura, con penna a sfera.

Lo Pan Ner è fare comunità

Fare festa è fare comunità. Occuparsi del pane, lasciare che prenda corpo. Tra i canovacci delle cucine, intrisi di farina, lievita l’impasto del pane nero. È lo pan ner, la segale contadina, la segale di montagna, che si rigenera e ci re-impasta tutti nella stessa pagnotta.

La storia del pane, a cominciare dal come procacciarselo, è forse per antonomasia la storia di una comunità. Un gruppo di persone che si fanno famiglia attorno ad un desco, una tavola apparecchiata. Non serve che sia imbandita di sfarzi, basta che si conceda ai commensali, offrendo loro un posto fisico attorno al quale ritrovarsi. A volte il posto è fisico in senso metaforico. È un luogo, non meglio definito in termini di spazio e tempo. L’importante è che abbia un nome.

la mascherina LO PAN NER, morbida e strutturata insieme

Quando le cose hanno un nome, assumono contorni più nitidi. Diventano l’impasto di farine e di fatiche, miscelate con cura in proporzioni tali da lasciarsi chiamare in un solo modo. PANE. NERO. Il nome in questo caso comporta anche un come ed un quando. Il luogo può restare sparpagliato, parcellizzato in tante piccole molliche di pane sparse qua e là. A fare da collante, da glutine che tiene insieme e rende tutto più dolce, è il modus condiviso nello stesso momento.

Nel 2021, come già nel 2020, le comunità de LO PAN NER si sono riunite virtualmente. Virtuale era la cucina condivisa. Reale era il tempo che, da casa, i partecipanti alla festa hanno impiegato per fare insieme il pane. Nel pomeriggio di sabato 2 ottobre, famiglie, persone, singole entità hanno metaforicamente messo i piedi sotto allo stesso tavolo. Si sono riconosciute nella volontà di trascorrere una fetta del proprio tempo compiendo la stessa azione. Gli stessi gesti, di cucina in cucina, di forno in forno, di borgo in borgo, si sono ripetuti lungo l’arco alpino.

un piccolo assaggio di ciò che da remoto non si può vedere

Fare comunità, così come fare il pane, richiede tanto impegno. La pazienza, l’attenzione, la determinazione a credere in qualche cosa di unico. Connesse da tablet, laptop, smartphone ci sono le persone. Con cadenze di parlate diverse, movenze simili, la stessa voglia di fare il pane di una volta. Quello di tanti anni fa, prima che il tempo ne inghiottisca per sempre anche l’ultima briciola di ricordo. E torni mito, memoria collettiva, immaginario condiviso ed intramontabile di un processo astratto, quindi perfetto.

È il secondo anno che per un giorno lascio le vesti di copywriter e indosso quelle di angolo social. Non che dei social media non mi occupi quotidianamente, per lavoro e interesse personale. Ma avere il compito di seguire una diretta che collega gente intenta ad impastare e infornare, non capita spesso. Quest’anno lo studio viene allestito a Chiuro, in Valtellina. L’anno scorso a Malonno, in Valle Camonica.

Si raccolgono le immagini, si prova a recepirne le suggestioni, si restituisce ai conviviali la forma del cibo che essi stessi hanno prodotto.

A volte sono tavole infarinate, oppure facce di bambini sorridenti, grembiuli ritrovati. Il pane di questa gente connessa da tanti posti lontani è anche l’immagine che essa ne cattura sui device diventati parte del proprio essere e comunicare. Ed è a quest’immagine mai uguale e sempre diversa che tocca dare un nome, restituire una voce.

un’infarinata di dietro le quinte della festa

Partecipare al lavoro di team della regia è sempre un’emozione. Arrivi, cerchi di calarti nella parte, ritrovi i tuoi panni dell’anno prima. Li indossi al volo e in quel momento ti chiedi come ti stanno e se qualcuno si accorgerà che prima di organizzare i contenuti inviati da casa, tu ti troverai ad organizzare te stessa. Rispondi al messaggio, salva, cataloga, rinomina, sposta, raggruppa le foto. Tieni d’occhio la scaletta, appuntati due riflessioni, dimenticati quello che avresti dovuto dire. Prendi fiato e dilata tempo e polmoni se devi parlare e il collegamento si fa attendere.

C’è una magia bellissima in tutto questo ed è inclusa nel prezzo di fare comunità. Una comunità che unisce persone provenienti da luoghi, accenti, mondi diversi. Ed è così che tutti diventiamo parte della stessa festa. Tutti ci riconosciamo come uniti attorno al cibo delle Alpi, LO PAN NER.

Trasmettere emozioni

Tutto parte da un’emozione. Giusta o sbagliata che sia, l’emozione si pone, nella maggior parte dei casi, alla base dell’espressività dell’artista. Che poi l’artista scelga di declinare la propria creatività in musica, parole, bombolette spray o altre forme di rappresentazione del mondo, questo è affar suo. Quello che non sapevo è che anche alla base della cucina, della scelta degli ingredienti e della loro trasformazione in cibo, ci può essere un’emozione.

Non è facile parlare di Irene, la finalista di MasterChef Italia ospite venerdì scorso al secondo evento di C6?! Young in Valle Camonica. Non è facile perché Irene Volpe è tante cose tutte insieme, riunite nel caleidoscopio colorato che trova spazio nella sua testa e sfumature nei suoi capelli. Irene è, prima di tutto, giovane e come tutti i giovani è portatrice sana di sogni. La differenza tra chi i sogni li guarda e li tiene chiusi in un cassetto della propria mente e chi invece li rende liberi di esprimersi nella quotidianità anche lavorativa si può riassumere in una sola parola: coraggio.

La chef Irene Volpe mentre cucina: il suo showcooking è stato in grado di trasmettere emozioni anche ai giovanissimi!
la chef Irene Volpe mentre cucina durante l’evento

Il coraggio ha, a sua volta, tanti modi di esprimersi e di sicuro non sta a me parlarne. Lo tiro in ballo in questo post solo perché di coraggio si parla, quando una ragazza che sta combattendo con un disturbo del comportamento alimentare è tanto coraggiosa da tuffarsi in più cose, tutte insieme e tutte bellissime. Irene è alta “come una pertica”, come diremmo noi della Valle Camonica e allo stesso tempo è sottile come un giunco. Del giunco ha anche la capacità di piegarsi ai venti estremi della vita, senza però spezzarsi: né dentro, né fuori.

Parlandole durante l’evento è emersa una persona poliedrica (canta, che cucina l’abbiamo già detto e disegna pure), una persona che non ha paura a salire su un palco per raccontare la sua esperienza di fronte ad un prato carico di aspettativa. Proprio perché la platea di venerdì pomeriggio era formata essenzialmente da giovanissimi (12-20 anni), arrivati in bici, un po’ stanchi ma curiosi, la sua testimonianza ha avuto ancora più valore.

La chef Irene Volpe mentre si unisce alla band per una canzone. Un momento in cui è stata capace di trasmettere emozioni profonde e genuine.
le emozioni trasmesse dal canto

Mi sento di scrivere qualche parola su quest’incontro – senza soffermarmi sull’evento o sul progetto in sé, perché non è questa la sede giusta per farlo – perché non succede poi tanto spesso. Mi spiego: non è cosa poi troppo comune incontrare una persona con una storia da raccontare e che questa persona con delicata fermezza ti metta in mano la matassa ordinata dei suoi pensieri. Razionalità ed emotività, due metà del cervello, due modi di vivere e due prospettive per interpretare il mondo che ci circonda. Si è razionali quando si capisce che una passione ha basi tanto solide da poterla chiamare “lavoro”; ma ci vuole una grande intelligenza emotiva per riuscire a trasformare la componente di un problema in un sogno da inseguire.

Alla base di ogni piatto, questa ragazza straordinaria mette l’espressione di un’emozione. Immagino la sua rabbia, la gioia, la curiosità, la tristezza e l’entusiasmo mettersi in dialogo con zucchine, carote, pesche, nocciole tritate. E di dialogo alla fine sempre si tratta: che sia scritto, cantato, disegnato o cucinato, il racconto di quanto abbiamo dentro di noi è un modo per entrare in contatto con ciò che ci circonda. Per portare fuori dal nostro “di dentro” tutti i colori che fanno parte della nostra persona. Belli o brutti che siano, giusti o sbagliati che siano, per estrarli da quel sottosuolo del nostro essere servono pazienza, creatività, dedizione. Ma soprattutto, serve coraggio. A nome di chi lotta ogni giorno con le emozioni e cerca la strada migliore per esprimerle, GRAZIE, coloratissima e fortissima Irene!

La resina d’agosto

Si dice che la resina sia il balsamo che la pianta si stende sulla ferita. La lascia zampillare, con il suo profumo inebriante, lungo il solco che è stato inferto alla corteccia. Non è una forma di guarigione perfetta, ma ogni volta che un raggio ne colpisce le gocce, se ne coglie una rara forma di bellezza; una meraviglia nata dal dolore e dall’imperfezione che ne è conseguita. È facile trovare questa bellezza nei nostri boschi, basta mettere un piede davanti all’altro in una domenica pomeriggio benedetta dalla luce grigia di fine estate e seguire i profili dei tronchi. Dove questi si fanno meno precisi, ecco che trovano spazio le gocce trasparenti, che delle lacrime hanno il dolce ricordo.

la resina di fine agosto

Fare i turisti a caccia di luoghi lontani, di emozioni da fotografare e di incontri da raccontare è meraviglioso. Spesso però ci dimentichiamo della meraviglia del turismo di prossimità: scegliere una meta che preveda spazio sufficiente per una coperta sull’erba, un libro e mettersi le scarpe giuste ai piedi. Così, le nuvole di fine agosto riempiono il Pian di Gembro di un’atmosfera carica di umidità, felci e specie floreali che tanto ricordano la Scozia. In fondo anche questo è il bello: riuscire a collegare posti lontani con un unico filo rosso, come a segnare le tappe dello stesso viaggio infinito. Lasciare perdurare lo spirito del viaggiatore che è dentro di noi equivale a rendere giustizia a quella parte della nostra anima che richiede meraviglia, stupore, continua scoperta.

sentirsi in Scozia

Per questo, quando passando dal sottobosco di mirtilli e passerelle sul terreno acquitrinoso si arriva prima alle betulle e poi ai larici incanutiti dai licheni, è come attraversare nella distanza di qualche minuto luoghi tra loro lontanissimi. Luoghi che nella nostra mente associamo alle foreste del Colorado, ai picchi liberi delle vallate di altri continenti, o alle distese cangianti della Scandinavia. Tutto, estremamente a portata di mano.

le betulle in Pian di Gembro

Dal Pian di Gembro, prendere per Trivigno e poi per il Mortirolo, rientrando così a Monno, in Valle Camonica. E nel chiudere il giro, capire che si sta davvero compiendo un perimetro di luoghi solo in apparenza distanti: divisi dai confini politici, vicini dalla vegetazione dei versanti e delle tradizioni dei loro popoli. Una chiesetta che si affaccia sulla vallata colpita di sbieco dal sole, i prati d’alpe che scintillano allo spostarsi delle nuvole, le piste da sci ricoperte dal verde tenero della stagione. Attraversare la natura che ci circonda, cercando un punto d’appiglio nelle sue infinite mutazioni per provare a descriverla, è viaggiare. Anche qui, anche a pochi chilometri da casa, anche in una semplice domenica di fine estate. Per deformazione professionale, è ancora meglio accompagnare queste gite fuori porta ad un buon libro, anche se sganciato dal luogo specifico e dal suo contesto.

panorama dalla strada sopra Trivigno

Oggi ho concluso la lettura di “Storia dei Greci”, di Montanelli. Non c’entrava davvero nulla con il posto, ma nella sua bellezza di una prosa semplice, mentre il cielo cambiava più volte opinione sul broncio da mettere, mi offriva uno spaccato d’umanità. Vario, soggetto alle leggi del proprio mutevole tempo, eppure mai sazio di commettere e ricommettere gli stessi errori. Dettati, peraltro, dalle stesse inconfutabili leggi che reggono l’umanità da che mondo è mondo: la sete di potere, l’invidia, la ricerca del piacere.

turista di prossimità in cerca di luce

E in tutto questo, trovare figure che mettevano la ricerca della verità al primo posto… riscoprire Socrate, Platone, Aristotele abbandonati al liceo e poi in qualche corso universitario, è stato come annusare la resina di cui parlavamo sopra. Trovare un balsamo intenso sulle ferite del singolo, o del mondo. La stessa meraviglia gratuita che si prova quando ad ogni tornante della strada si cambia scenario, ma lo stupore resta lo stesso. Quello di chi non si stanca di osservare, o di scrivere, con il cuore del viaggiatore.

Le storie di Orgosolo

Orgosolo è fatta di case, oppure semplicemente di storie? E quanto si può condensare una storia in un dipinto sul muro, con l’intonaco e a volte anche i nudi mattoni a fare da tela? Sono domande alle quali non ho trovato risposta, quel mezzogiorno d’agosto in Barbagia. So solo che Orgosolo, borgo o paesino a seconda delle preferenze, famoso in tutto il mondo per i suoi murales sgargianti, era tappa obbligata. Impossibile toglierlo dall’itinerario: troppa curiosità, troppa storia, troppa notorietà, troppo tutto. Perfino troppa Barbagia che, se all’inizio ci attirava (colti dalla volontà di cercare di comprendere l’interno), a quel punto era diventata una necessità. Un richiamo forte, forgiato dal termine più bello incontrato in questo viaggio on the road: “barbaricino”.

Orgosolo, Grazia Deledda

Ad Orgosolo sono arrivata praticamente per osmosi, a causa della passione mal celata del mio compagno, da sempre ricettivo alla geografia. Il marketing territoriale, le strategie turistiche, ma soprattutto la capacità di fare rivivere un luogo sono il suo pane. Un pane che a questo punto era diventato anche il mio boccone di viaggio, mangiando dalla stessa ciotola.

un tuffo nella tradizione

Ma sarei ipocrita se dicessi che la tappa di Orgosolo è stata solo un contentino dettato dalla buona pace della coppia e dalla curiosità verso gli arcani del banditismo. Ad Orgosolo ho scattato più foto forse che in qualsiasi altra tappa del viaggio (che cocciutamente mi rifiuto di chiamare “vacanza”). E c’ho lasciato una serie di pensieri, attivatisi dalle micce dei dipinti sui muri, di quello sforzo collettivo di rivalutazione e storytelling, di racconto a metà d’artista e a metà dal basso. Gli stessi pensieri mi hanno seguita fino a casa, altrimenti non mi troverei qui a scriverne ora, di rientro da una conferenza stampa. Forse perché viaggiare è soprattutto questo: conoscersi, interrogare un posto nuovo in cerca di risposte sul proprio; oppure di nuovi interrogativi da declinare nei luoghi che chiamiamo “casa”.

Orgosolo, Faber

Quello su Orgosolo potrebbe tranquillamente essere un post di sole foto, una carrellata infinita di immagini, galleria fatta di colore, linee, ritratti più o meno riusciti. E di fatti questo borgo è una narrazione tutt’altro che lineare, ma immersiva, che rimbalza di angolo in angolo, tra un vicolo e l’altro del centro abitato. Una narrazione in cui le parole sono presenti, ma hanno ragion d’essere solo per contestualizzare o per dare ulteriore voce al contenuto di carattere visuale.

Orgosolo, tra le case

Chi come me lavora nella comunicazione e ama la parte visiva, ma ha una vera strizzata di cuore solo quando il racconto sono i vocaboli scritti a comporlo, si trova spesso nell’eterno conflitto: vale di più il testo, oppure l’immagine? E Orgosolo a modo suo ti mette di fronte a quest’interrogativo anche in maniera abbastanza sfacciata. Sei lì, in quello che sembra già di suo essere il set di un film, nel quasi bel mezzo del meraviglioso nulla, e ti trovi parte di un fotogramma dietro l’altro. Una pellicola infinita di murales, murales e murales. Alcuni infantili, altri ricercati, tutti a loro modo significativi. Persino le immagini di oscenità scarabocchiate per sbeffeggiare l’arte – o forse per prenderla meno sul serio – fanno parte del quadro. Eppure, a gente come me che intende il mondo per parole più che per forme e colore, tutto questo ha bisogno di venire rielaborato, in qualche modo.

Orgosolo, tra le vie

Orgosolo però ha questo grande privilegio: non si spiega. Nel senso che non ne avverte la necessità. Tu cammini per le vie del paese e ti specchi in un Faber con chitarra, in un Terzani con elefante e in ogni povero Cristo dipinto su quei muri per testimoniare il passato. Quante di queste espressioni artistiche sono realmente volute dal popolo? Quanto il popolo ha compreso l’importanza della loro presenza per dare un futuro ad un borgo che altrimenti risulterebbe aspro e forse scialbo?

Orgosolo, progress or process?

Queste però sono le domande sbagliate. Forse l’unica cosa che ci si può chiedere, andando oltre la suggestione profonda che si prova nel camminare con gli occhi fissi ai muri di case abitate e trasformate in un enorme esperimento di storytelling, è sullo spirito. Con lo spirito di un luogo non si scherza. Di posti dalle identità fittizie, perdute, posticce, prese in prestito o semplicemente assenti ne abbiamo fin troppi. Orgosolo ha questo privilegio anche: di essersi rifatto la facciata, senza perdere l’essenza. Lo spirito perdura, traspare e concede di affiggere nuove storie, impregnandone vecchi intonaci, senza snaturarsi. Ci sarà anche la trovata commerciale, attirerà un botto di turisti famelici dello scatto più bello o più instagrammabile. Ma questo non tradisce il luogo, non lo snatura. Anzi, credo che a suo modo arrivi perfino a potenziarlo e che tutto questo colore e racconto visivo, di fatti politici, antiche tradizioni, scrittori e pastori insieme ne faccia davvero parte.

anche questo fa parte del racconto

Ad Orgosolo non ho trovato la pretesa del dare una nuova connotazione forzata ad un luogo. Mi è sembrato invece di sentire la forza chiusa e aspra della Barbagia trovare un modo per esprimere la sua bellezza. Non ho visto l’imposizione calata dall’alto, ma solo l’anima che, tra le giravolte delle viuzze e i click delle macchine fotografiche, si esponeva nuda. Coprendo i muri di nuovi racconti, essa svelava la parte di sé – di noi in quanto esseri umani – più complicata in assoluto da mostrare al prossimo o ai posteri: la tenerezza del racconto singolare, di quello collettivo e di ciò che ne emerge quando i due si fondono. Bellezza appunto, forse decorativa, ma non per questo meno autentica.

Orgosolo, Pintor

Vedrette figlie della provincia

C’è un vecchio sulla cima della montagna. Non gli daremo un nome, né qui, né ora. E non perché non ne abbia uno, o perché sia un parto imprevisto della mia o della vostra fantasia. Non gli daremo un nome – e su questo decidiamo d’essere d’accordo – per due buone ragioni. La prima è che la sua storia potrebbe essere vera ovunque, ora e sempre, in ogni provincia di ogni impero sotto il sole. La seconda è che nella bellezza di quest’incontro, non gliel’abbiamo chiesto. Ci è sembrato bello così: dimenticarcene all’inizio e poi lasciare che nelle nostre orecchie la sua voce assumesse le vibrazioni del “sempre-vero” e dell’eterno, che per definizione non hanno bisogno di un nome proprio.

Anche senza nome, la persona se vogliamo protagonista di quest’episodio di vita è realmente esistita e ci auguriamo teneramente che ancora esista e che persista in questo suo incedere per il mondo, per molti anni a venire. Il luogo è ancora la Sardegna, grande isola di vento, gentilezza e sughero dalla quale non ci siamo davvero mai spostati, procedendo in macchina o in punta di tastiera dal post di ieri a quello di oggi. La Sardegna che ci accoglie qui è nell’interno: non troppo da non riuscire ad intravedere il mare (può succedere anche questo) al suo orizzonte e non troppo poco da poter godere delle sue ricchezze. Siamo, insomma, in montagna. E già per questo ci sentiamo anche un po’ a casa. Durante il viaggio mi sono portata un taccuino, da cui ora mi piace attingere a sprazzi, per non perdere la bellezza di quest’incontro totalmente fortuito e della mia sorpresa nel provarmi poi a descriverlo.

La Sardegna, dall’interno

Nelle guide turistiche, il luogo che avevamo deciso di visitare quel giorno viene descritto come un borgo di montagna, caratterizzato dalla coltivazione delle ciliegie e dalle foreste centenarie attraversate da mufloni e piccoli cervi sardi. Ci sembrava una tappa carina per spezzare il lungo viaggio che dalla costa occidentale ci stava portando a quella orientale. Ma arrivati in paese, come spesso accade in questi casi, non sapevamo bene dove dirigerci e abbiamo fatto l’unica cosa che ci sembrasse sensata: seguire più l’istinto che Google Maps.

Tenendo per il nuraghe segnalato, abbiamo fermato la macchina in un punto che sembrava essere molto panoramico. Lo spiazzo era infatti giusto ai piedi di un’altura e dopo esserci cambiati le scarpe siamo saliti, sotto il sole di mezzogiorno. Sulla cima, svettava una piccola costruzione a forma di capanna, con le pareti di vetro. Attorno alla costruzione si aggiravano alcune persone, ma il nostro sguardo era per lo più avvolto da un manto di boschi e creste, con il blu intenso del mare in lontananza.

Tra gli arbusti riarsi dal sole

Arrivati sul posto, ci siamo resi conto che le persone che vedevamo aggirarsi erano due bambini e un signore che a prima vista ci è sembrato vecchio. La bimba aveva capelli lunghissimi e castani, raccolti in una treccia che le scendeva fin sotto alla vita. Il fratello, di poco più grande ma già con l’atteggiamento un po’ imbronciato dell’adolescenza, portava pantaloni di velluto scuro e aveva in testa un berretto tradizionale. Il signore ci ha invitati ad avvicinarci: ha capito che il panorama ci incuriosiva. Da questo esatto momento in cui il nostro timore di disturbare è stato vinto dalla gentilezza del posto, è nata una pausa lunga un dialogo tra due mondi. L’abbiamo trascorsa all’interno di quella che abbiamo scoperto essere una vedretta del corpo forestale sardo, in compagnia di un caffè della moka servito in bicchierini di plastica e delle nostre prugne acquistate al mini-market.

Con quell’uomo ci siamo scambiati impressioni, visioni, ragionamenti. Agli occhi luccicanti della bimba – che solo in quel momento ha perso la quasi proverbiale timidezza – abbiamo mostrato foto di neve e delle nostre montagne. Abbiamo assaggiato, entrando in punta di piedi e con la paura di rompere un incantesimo di cortesia, l’ospitalità sarda. Quella di cui avevamo giusto letto nel testo della Murgia che ci siamo portati appresso; la stessa di cui avevamo avuto un assaggio con i personaggi incredibili degli alloggi che abbiamo conosciuto strada facendo. Ma un conto è leggerne in un libro sulla Sardegna scritto da un’autrice sarda, o riscontrarla nel modo di fare di uno chef giramondo che ha messo la sua casa in affitto. Un altro, è assaporarne per intero tutta la bellezza abbarbicata su di una vedretta spersa tra i boschi.

Una vedretta sospesa sul mondo

Boschi amati e presidiati con lo sguardo vigile di un padre che ha a cuore la propria terra come si ha a cuore una madre, o un figlio primogenito. Di questo signore – mezzo pastore e mezzo forestale – mi piace pensare come di un essere umano vero, profondo, per nulla scontato. A tutto tondo come solo la realtà sa essere, nel momento esatto in cui inizia a diventare talmente vera da profumare di mitologia. Il fisico segnato dagli anni di pastorizia e dalle lunghe veglie tra un lavoro e l’altro; gli occhi grandi e scuri, come due pozzi di sincerità.

Parlando con lui, ci siamo sentiti tutti fratelli. Noi, figli a nostra volta della provincia e della montagna; di tutti quei luoghi troppo lontani dai centri di ogni potere. Eppure, quanta forza e bellezza in questa periferia dello Stato. In questi posti in cui tutti ci si arrangia, aiutandosi sempre con affetto e con altrettanta diffidenza, ascoltando le storie dei forestieri e paragonandole alla propria, quotidiana esistenza.

Camminando, per arrivare in cima

Nei giorni del nostro viaggio, in cui la Sardegna aveva forse appena smesso di bruciare, appariva ancora più assurdo constatare come la macchina dello Stato abbia ridotto, negli anni, i fondi destinati al presidio del territorio. Di questi avamposti umani affacciati sulla delicata bellezza delle foreste, cosa dovrebbe restare? E poi c’è quella che in molti ritengono sia mancanza di visione, di intraprendenza. Qui il sardo ti guarda mentre racconta delle idee che gli sono venute, titubante nel sentire la sua stessa voce che racconta di quelle bizzarrie. E nel farlo ti scruta, ponendo l’accento sulla poesia di una passeggiata a cavallo e incespicando nella paura, nel timore di mettercisi ad investire sul serio, per ricavarne indotto.

Ti guarda, con quegli occhi immensi, che si sciolgono perfino. E tu non sai davvero, mentre riponi nello zaino la borsina di plastica del mini-market, se augurargli l’intraprendenza sfacciata della costa svenduta. O se sperare che anche l’amico pastore possa restare per sempre sé stesso, eternamente parte di una vedretta affacciata sui monti e immersa nella bellezza pietrosa del nulla.

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