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scrittura e comunicazione

Le storie di Orgosolo

Orgosolo è fatta di case, oppure semplicemente di storie? E quanto si può condensare una storia in un dipinto sul muro, con l’intonaco e a volte anche i nudi mattoni a fare da tela? Sono domande alle quali non ho trovato risposta, quel mezzogiorno d’agosto in Barbagia. So solo che Orgosolo, borgo o paesino a seconda delle preferenze, famoso in tutto il mondo per i suoi murales sgargianti, era tappa obbligata. Impossibile toglierlo dall’itinerario: troppa curiosità, troppa storia, troppa notorietà, troppo tutto. Perfino troppa Barbagia che, se all’inizio ci attirava (colti dalla volontà di cercare di comprendere l’interno), a quel punto era diventata una necessità. Un richiamo forte, forgiato dal termine più bello incontrato in questo viaggio on the road: “barbaricino”.

Orgosolo, Grazia Deledda

Ad Orgosolo sono arrivata praticamente per osmosi, a causa della passione mal celata del mio compagno, da sempre ricettivo alla geografia. Il marketing territoriale, le strategie turistiche, ma soprattutto la capacità di fare rivivere un luogo sono il suo pane. Un pane che a questo punto era diventato anche il mio boccone di viaggio, mangiando dalla stessa ciotola.

un tuffo nella tradizione

Ma sarei ipocrita se dicessi che la tappa di Orgosolo è stata solo un contentino dettato dalla buona pace della coppia e dalla curiosità verso gli arcani del banditismo. Ad Orgosolo ho scattato più foto forse che in qualsiasi altra tappa del viaggio (che cocciutamente mi rifiuto di chiamare “vacanza”). E c’ho lasciato una serie di pensieri, attivatisi dalle micce dei dipinti sui muri, di quello sforzo collettivo di rivalutazione e storytelling, di racconto a metà d’artista e a metà dal basso. Gli stessi pensieri mi hanno seguita fino a casa, altrimenti non mi troverei qui a scriverne ora, di rientro da una conferenza stampa. Forse perché viaggiare è soprattutto questo: conoscersi, interrogare un posto nuovo in cerca di risposte sul proprio; oppure di nuovi interrogativi da declinare nei luoghi che chiamiamo “casa”.

Orgosolo, Faber

Quello su Orgosolo potrebbe tranquillamente essere un post di sole foto, una carrellata infinita di immagini, galleria fatta di colore, linee, ritratti più o meno riusciti. E di fatti questo borgo è una narrazione tutt’altro che lineare, ma immersiva, che rimbalza di angolo in angolo, tra un vicolo e l’altro del centro abitato. Una narrazione in cui le parole sono presenti, ma hanno ragion d’essere solo per contestualizzare o per dare ulteriore voce al contenuto di carattere visuale.

Orgosolo, tra le case

Chi come me lavora nella comunicazione e ama la parte visiva, ma ha una vera strizzata di cuore solo quando il racconto sono i vocaboli scritti a comporlo, si trova spesso nell’eterno conflitto: vale di più il testo, oppure l’immagine? E Orgosolo a modo suo ti mette di fronte a quest’interrogativo anche in maniera abbastanza sfacciata. Sei lì, in quello che sembra già di suo essere il set di un film, nel quasi bel mezzo del meraviglioso nulla, e ti trovi parte di un fotogramma dietro l’altro. Una pellicola infinita di murales, murales e murales. Alcuni infantili, altri ricercati, tutti a loro modo significativi. Persino le immagini di oscenità scarabocchiate per sbeffeggiare l’arte – o forse per prenderla meno sul serio – fanno parte del quadro. Eppure, a gente come me che intende il mondo per parole più che per forme e colore, tutto questo ha bisogno di venire rielaborato, in qualche modo.

Orgosolo, tra le vie

Orgosolo però ha questo grande privilegio: non si spiega. Nel senso che non ne avverte la necessità. Tu cammini per le vie del paese e ti specchi in un Faber con chitarra, in un Terzani con elefante e in ogni povero Cristo dipinto su quei muri per testimoniare il passato. Quante di queste espressioni artistiche sono realmente volute dal popolo? Quanto il popolo ha compreso l’importanza della loro presenza per dare un futuro ad un borgo che altrimenti risulterebbe aspro e forse scialbo?

Orgosolo, progress or process?

Queste però sono le domande sbagliate. Forse l’unica cosa che ci si può chiedere, andando oltre la suggestione profonda che si prova nel camminare con gli occhi fissi ai muri di case abitate e trasformate in un enorme esperimento di storytelling, è sullo spirito. Con lo spirito di un luogo non si scherza. Di posti dalle identità fittizie, perdute, posticce, prese in prestito o semplicemente assenti ne abbiamo fin troppi. Orgosolo ha questo privilegio anche: di essersi rifatto la facciata, senza perdere l’essenza. Lo spirito perdura, traspare e concede di affiggere nuove storie, impregnandone vecchi intonaci, senza snaturarsi. Ci sarà anche la trovata commerciale, attirerà un botto di turisti famelici dello scatto più bello o più instagrammabile. Ma questo non tradisce il luogo, non lo snatura. Anzi, credo che a suo modo arrivi perfino a potenziarlo e che tutto questo colore e racconto visivo, di fatti politici, antiche tradizioni, scrittori e pastori insieme ne faccia davvero parte.

anche questo fa parte del racconto

Ad Orgosolo non ho trovato la pretesa del dare una nuova connotazione forzata ad un luogo. Mi è sembrato invece di sentire la forza chiusa e aspra della Barbagia trovare un modo per esprimere la sua bellezza. Non ho visto l’imposizione calata dall’alto, ma solo l’anima che, tra le giravolte delle viuzze e i click delle macchine fotografiche, si esponeva nuda. Coprendo i muri di nuovi racconti, essa svelava la parte di sé – di noi in quanto esseri umani – più complicata in assoluto da mostrare al prossimo o ai posteri: la tenerezza del racconto singolare, di quello collettivo e di ciò che ne emerge quando i due si fondono. Bellezza appunto, forse decorativa, ma non per questo meno autentica.

Orgosolo, Pintor

Vedrette figlie della provincia

C’è un vecchio sulla cima della montagna. Non gli daremo un nome, né qui, né ora. E non perché non ne abbia uno, o perché sia un parto imprevisto della mia o della vostra fantasia. Non gli daremo un nome – e su questo decidiamo d’essere d’accordo – per due buone ragioni. La prima è che la sua storia potrebbe essere vera ovunque, ora e sempre, in ogni provincia di ogni impero sotto il sole. La seconda è che nella bellezza di quest’incontro, non gliel’abbiamo chiesto. Ci è sembrato bello così: dimenticarcene all’inizio e poi lasciare che nelle nostre orecchie la sua voce assumesse le vibrazioni del “sempre-vero” e dell’eterno, che per definizione non hanno bisogno di un nome proprio.

Anche senza nome, la persona se vogliamo protagonista di quest’episodio di vita è realmente esistita e ci auguriamo teneramente che ancora esista e che persista in questo suo incedere per il mondo, per molti anni a venire. Il luogo è ancora la Sardegna, grande isola di vento, gentilezza e sughero dalla quale non ci siamo davvero mai spostati, procedendo in macchina o in punta di tastiera dal post di ieri a quello di oggi. La Sardegna che ci accoglie qui è nell’interno: non troppo da non riuscire ad intravedere il mare (può succedere anche questo) al suo orizzonte e non troppo poco da poter godere delle sue ricchezze. Siamo, insomma, in montagna. E già per questo ci sentiamo anche un po’ a casa. Durante il viaggio mi sono portata un taccuino, da cui ora mi piace attingere a sprazzi, per non perdere la bellezza di quest’incontro totalmente fortuito e della mia sorpresa nel provarmi poi a descriverlo.

La Sardegna, dall’interno

Nelle guide turistiche, il luogo che avevamo deciso di visitare quel giorno viene descritto come un borgo di montagna, caratterizzato dalla coltivazione delle ciliegie e dalle foreste centenarie attraversate da mufloni e piccoli cervi sardi. Ci sembrava una tappa carina per spezzare il lungo viaggio che dalla costa occidentale ci stava portando a quella orientale. Ma arrivati in paese, come spesso accade in questi casi, non sapevamo bene dove dirigerci e abbiamo fatto l’unica cosa che ci sembrasse sensata: seguire più l’istinto che Google Maps.

Tenendo per il nuraghe segnalato, abbiamo fermato la macchina in un punto che sembrava essere molto panoramico. Lo spiazzo era infatti giusto ai piedi di un’altura e dopo esserci cambiati le scarpe siamo saliti, sotto il sole di mezzogiorno. Sulla cima, svettava una piccola costruzione a forma di capanna, con le pareti di vetro. Attorno alla costruzione si aggiravano alcune persone, ma il nostro sguardo era per lo più avvolto da un manto di boschi e creste, con il blu intenso del mare in lontananza.

Tra gli arbusti riarsi dal sole

Arrivati sul posto, ci siamo resi conto che le persone che vedevamo aggirarsi erano due bambini e un signore che a prima vista ci è sembrato vecchio. La bimba aveva capelli lunghissimi e castani, raccolti in una treccia che le scendeva fin sotto alla vita. Il fratello, di poco più grande ma già con l’atteggiamento un po’ imbronciato dell’adolescenza, portava pantaloni di velluto scuro e aveva in testa un berretto tradizionale. Il signore ci ha invitati ad avvicinarci: ha capito che il panorama ci incuriosiva. Da questo esatto momento in cui il nostro timore di disturbare è stato vinto dalla gentilezza del posto, è nata una pausa lunga un dialogo tra due mondi. L’abbiamo trascorsa all’interno di quella che abbiamo scoperto essere una vedretta del corpo forestale sardo, in compagnia di un caffè della moka servito in bicchierini di plastica e delle nostre prugne acquistate al mini-market.

Con quell’uomo ci siamo scambiati impressioni, visioni, ragionamenti. Agli occhi luccicanti della bimba – che solo in quel momento ha perso la quasi proverbiale timidezza – abbiamo mostrato foto di neve e delle nostre montagne. Abbiamo assaggiato, entrando in punta di piedi e con la paura di rompere un incantesimo di cortesia, l’ospitalità sarda. Quella di cui avevamo giusto letto nel testo della Murgia che ci siamo portati appresso; la stessa di cui avevamo avuto un assaggio con i personaggi incredibili degli alloggi che abbiamo conosciuto strada facendo. Ma un conto è leggerne in un libro sulla Sardegna scritto da un’autrice sarda, o riscontrarla nel modo di fare di uno chef giramondo che ha messo la sua casa in affitto. Un altro, è assaporarne per intero tutta la bellezza abbarbicata su di una vedretta spersa tra i boschi.

Una vedretta sospesa sul mondo

Boschi amati e presidiati con lo sguardo vigile di un padre che ha a cuore la propria terra come si ha a cuore una madre, o un figlio primogenito. Di questo signore – mezzo pastore e mezzo forestale – mi piace pensare come di un essere umano vero, profondo, per nulla scontato. A tutto tondo come solo la realtà sa essere, nel momento esatto in cui inizia a diventare talmente vera da profumare di mitologia. Il fisico segnato dagli anni di pastorizia e dalle lunghe veglie tra un lavoro e l’altro; gli occhi grandi e scuri, come due pozzi di sincerità.

Parlando con lui, ci siamo sentiti tutti fratelli. Noi, figli a nostra volta della provincia e della montagna; di tutti quei luoghi troppo lontani dai centri di ogni potere. Eppure, quanta forza e bellezza in questa periferia dello Stato. In questi posti in cui tutti ci si arrangia, aiutandosi sempre con affetto e con altrettanta diffidenza, ascoltando le storie dei forestieri e paragonandole alla propria, quotidiana esistenza.

Camminando, per arrivare in cima

Nei giorni del nostro viaggio, in cui la Sardegna aveva forse appena smesso di bruciare, appariva ancora più assurdo constatare come la macchina dello Stato abbia ridotto, negli anni, i fondi destinati al presidio del territorio. Di questi avamposti umani affacciati sulla delicata bellezza delle foreste, cosa dovrebbe restare? E poi c’è quella che in molti ritengono sia mancanza di visione, di intraprendenza. Qui il sardo ti guarda mentre racconta delle idee che gli sono venute, titubante nel sentire la sua stessa voce che racconta di quelle bizzarrie. E nel farlo ti scruta, ponendo l’accento sulla poesia di una passeggiata a cavallo e incespicando nella paura, nel timore di mettercisi ad investire sul serio, per ricavarne indotto.

Ti guarda, con quegli occhi immensi, che si sciolgono perfino. E tu non sai davvero, mentre riponi nello zaino la borsina di plastica del mini-market, se augurargli l’intraprendenza sfacciata della costa svenduta. O se sperare che anche l’amico pastore possa restare per sempre sé stesso, eternamente parte di una vedretta affacciata sui monti e immersa nella bellezza pietrosa del nulla.

Tornare a viaggiare

Tornare a viaggiare. Un privilegio per pochi, una necessità per molti. Siamo in tanti a pensare che il Covid ci abbia tolto anche questo, negandoci per lunghi mesi la possibilità di sentirci nomadi. Passeggeri di un treno, di una nave che salpa. Di una notte umida in cui girare la chiave nella toppa ha più significato di tutte le valigie fatte e disfatte nel corso di una vita.

Sardegna, lungo la strada

Viaggiare, tornare a respirare l’aria salmastra e prima ancora l’aria condizionata della sala poltrone o di un bar di un battello. Viaggiare, con gli occhi che si chiudono dalla stanchezza mentre si solcano le onde, senza volersi abbandonare al sonno cullante; impauriti che il canto delle sirene ci getti addosso un sortilegio, sottraendoci alla bellezza fulgida di quell’istante. Di gioia, di riscoperta.

Mai come nell’estate 2021 ci siamo sentiti liberi di viaggiare, quasi in dovere di rendere giustizia a quella parte di noi che ferma non sa stare e che non dovrebbe comunque farlo per più di un certo periodo.

Non significa per forza parlare la stessa lingua delle vacanze, dell’abbandono indolente ad una spiaggia, con il sole che ci scioglie di dosso la salsedine e ci sbianca le unghie. Viaggiare non è per forza questo, anche se troverei profondamente ingiusto definire il viaggio in modo univoco ed inequivocabile per tutti. Forse proprio perché l’equazione viaggio = libertà ne rivela la parte più veritiera, quella alla quale tutti prima o poi torniamo. Viaggiare rende liberi, ci fa tornare a quell’esigenza primordiale di staccarci dalla terra, da un porto, dalla stagione statica che alla fine di ogni corsa ci imprigiona.

Con lo zaino (quasi sempre) in spalla

Ognuno è un po’ antropologo di sé stesso e trova da solo le risposte che contano, ad un patto però: che si metta in cerca, che le rincorra tra i chilometri, o semplicemente tra le onde. E ad ognuno la sua meta, il suo punto d’arrivo in questo vasto mondo sballonzolante e mai davvero fermo: quel luogo più o meno precisato su di una mappa che si possa, anche solo per qualche giorno, nuovamente definire “casa”.

Per mettermi in gioco, per pizzicare le corde più profonde di quest’animo viaggiatore che da troppo tempo erano rimaste silenziose, mi sono fatta cullare dalla strada. C’è da dire che avevo un buon autista, uno di quelli che ti danno in consegna l’atlante stradale quando il segnale si fa inesistente. Ma anche uno di quelli che sono pronti ad accostare alla bellezza di un nuovo sperone roccioso da fotografare e… all’urgenza (casualmente simultanea) di una vescica da svuotare.

Tra le foreste della Sardegna, con lo sguardo all’insù

La meta non c’era, c’era solo il viaggio. Con tante piccole-grandi tappe quante la mente ne potesse assorbire nel corso dei giorni. Perché una cosa sola si stava cercando, insieme allo staccare le ali dal suolo e tornare a sentirsi vivi, parte di un mondo più vasto del quotidiano. E quella cosa era capire, nel profondo (e per quanto possibile in pochi giorni) una terra: la Sardegna.

2.289 chilometri on the road, da Malegno a Malegno, dal 29 luglio al 9 agosto. Disegnando un nuovo perimetro a quest’isola meravigliosa. Scherzando con il profilo frastagliato delle sue coste, componendone i pezzi del puzzle e ricercandone le corrispondenze negate nelle asperità dell’interno. Un viaggio, tra il profumo pizzicante dell’elicriso e l’incanto dei nuraghi abbandonati, tra l’azzurro smeraldino dell’acqua e le ombre sanguinanti delle foreste di sughero. Con la Murgia, la Deledda, Lilli e Vittorini a drappeggiarne una nuova e intensa sagoma d’altrettanto intense parole.

Il mare, specchio d’argento nella luce del mattino

E, gira che ti rigira, come da ogni grande o minuto viaggio che davvero si compie, siamo tornati due volte al punto di partenza (Olbia prima, la Valle Camonica poi), per accorgerci che la più grande trasformazione non era passata attraverso l’immagine catturata dalla retina dei nostri occhi, ma nel nuovo modo con il quale abbiamo imparato a cercarci nello specchio.

Questa però, è materia per un altro post. E per i mesi che verranno, in cui ciò che si è mostrato al nostro sguardo chiede giustizia e implora di venire assecondato, anche da fermi. Giorno dopo giorno, portando avanti la strada intrapresa e senza paura di percorrerne di nuova, per quanto aspra possa essa sembrare. O anche semplicemente e profondamente: essere.

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Scrivere di cavalli: il romanzo di McCarthy

Un romanzo per descrivere la ricerca di libertà

Aspro è il deserto, aspra la polvere che si solleva ad ogni passaggio di zoccoli lanciati al galoppo. Aspra è la prosa scelta da Cormac McCarthy per descrivere la ricerca di libertà e scrivere di cavalli. Ecco un romanzo che non si limita a raccontare la fuga in sella verso nuovi orizzonti, ma parla di Messico, onore, gioventù e libertà. Ecco “Cavalli selvaggi”.


Il tempo di questo romanzo alza il sipario nel 1949 e non siamo ancora in Messico, ma in Texas. Per varcare la frontiera verso il Sud dobbiamo lasciare scalpitare il cavallo ancora per qualche pagina. Quel che basta all’autore per raccontare l’inizio della storia di John Grady Cole, protagonista cresciuto su di una sella e in cerca della sua strada.


John Grady è giovane, un ragazzo non ancora maggiorenne, ma quando entra in scena siamo portati a pensare che sia più grande. Forse perché ha assorbito la storia della sua cittadina e prima ancora quella della sua famiglia. E da queste due non c’è scampo, se non quello di sellare il cavallo e di cercare fortuna altrove. Come un tempo facevano i cercatori d’oro, o i veri cowboy, ma nel secondo Dopoguerra a stelle e strisce.

“Guardava il panorama con occhi socchiusi come se il mondo esterno fosse alterato o sospetto a causa di ciò che aveva visto altrove. Come se non potesse mai più vederlo come prima. O peggio, come se lo vedesse finalmente nel modo giusto. Com’era sempre stato e sempre sarebbe stato.”

Il romanzo di Cormac McCarthy va oltre lo scrivere di cavalli.

Scrivere di cavalli

Per scrivere di libertà senza risultare banali ci vogliono due elementi chiave: il talento e il coraggio. Il primo e il secondo non sono per forza di cose legati in uno scrittore ed è anche vero che l’approccio alla scrittura e la visione della libertà sono soggetti alle giravolte del tempo. A fare da collante fra questi due preziosi elementi narrativi si collocano i cavalli, indomiti compagni d’avventura.


Ci sono infatti alcuni elementi, forse chiamarli archetipi in questo caso è troppo, del nostro vissuto che riescono a comunicare bene a tutti le stesse cose. Lanciare un cavallo al galoppo, accamparsi sotto le stelle, sfidare le leggi non scritte di una casa padronale, tentare fortuna altrove, varcare un confine. L’elenco potrebbe andare avanti ancora a lungo, ma il concetto emerge chiaro fin da subito: scrivere di libertà ha una sua lingua.


Il deserto del Texas è diverso da quello del Messico. Lo si avverte nelle descrizioni, nel gioco di presenza/assenza di avamposti umani. Cambia la sabbia, forse cambiano anche le impronte lasciate dagli zoccoli; cambiano gli scenari, come quinte di un sipario che ad ogni scena si alza su nuovi mondi di storie. A cambiare è anche il nostro John Grady, che nel suo viaggio dell’eroe in chiave di romanzo di formazione, segue la rotta a briglia sciolta e pagando i conti di persona.

“Il ragazzo, che cavalcava poco più avanti, stava in sella come ci fosse nato, e infatti era così, ma dava l’impressione che, se fosse nato in uno strano paese privo di cavalli, avrebbe saputo scovarli ugualmente. Perché il mondo fosse a posto o perché lui fosse a posto nel mondo, si sarebbe accorto che mancava qualcosa e sarebbe andato in giro continuamente e dovunque finché non si fosse imbattuto in un cavallo, e allora avrebbe capito subito che il cavallo era e sarebbe sempre stato quel che cercava.”

"Cavalli selvaggi", il romanzo di Cormac McCarthy su solitudine e ricerca di libertà in America.

Il racconto della solitudine

La bellezza di questo romanzo è intensa e disperata, in modo simile ai racconti del mare di Conrad. L’acqua manca, mancano le distese blu solcate da rotte per navi senza vento dove i capitani non cercano il lieto fine, ma la capacità di fare il proprio dovere. Eppure, con una sella al posto della nave, il nostro protagonista solca lo spazio in cerca di sé stesso, viaggiando per tante miglia quanti sono i suoi pensieri.

“Sembrava un araldo che recava notizie dalla campagna, un essere biblico appena sceso dal cielo che veniva portato giù dalle montagne e condotto a nord verso Monclova attraverso il monotono e piatto deserto.”


Raccontare la libertà è forse oggi un cliché dal punto di vista narrativo, una formula in cui diventa essenziale dosare sapientemente gli ingredienti di scrittura. Più complesso ed affascinante è scrivere di solitudine. Senza urlarlo in faccia al lettore, ma lasciando che a parlare per il personaggio sia l’ambiente che lo circonda. Le giumente, lo stallone, le mandrie, le montagne sullo sfondo, il cambio della stagione e lo scroscio di pioggia al banchetto nuziale…


Tutto questo corredo visivo ha più voce delle poche – ma intense – parole pronunciate dal protagonista. L’amicizia, la famiglia, l’amore e gli incontri fortuiti: qualcosa di vero c’è e resta. Molta illusione del mondo viene invece spazzata via, come la polvere che vortica in mulinelli stanchi dopo il passaggio furioso di cavalli selvaggi.

“Penso che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva a un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore.”

Cormac McCarthy, lo scrittore della solitudine e della ricerca di libertà.

titolo originale: “All the Pretty Horses”
anno di pubblicazione: 1992
casa editrice italiana: Einaudi

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