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scrittura e comunicazione

La serie Netflix SQUID GAME ha generato profitto

La comunicazione di SQUID GAME

Come funziona la comunicazione di SQUID GAME? Su cosa si basa il successo della tanto acclamata quanto criticata serie TV Netflix? Negli ultimi giorni non si fa che parlare della trama, dei personaggi, degli incassi di SQUID GAME. Si discute del suo effetto sui bambini, degli atti di bullismo legati ad una “libera interpretazione” del Gioco del Calamaro. Ma cosa comunica davvero questa serie?

Dal punto di vista del marketing, SQUID GAME è arrivata al momento giusto: il carico di violenza e di intrigo presente nella narrazione non fa che renderla il piatto perfetto per il merchandising di Halloween. Quindi sotto questo aspetto, la comunicazione di SQUID GAME ha centrato l’obiettivo. Qui con il termine “comunicazione” mi piacerebbe stropicciare il campo semantico della parola, ampliandone un po’ i confini rispetto all’uso comune. Per un attimo, proviamo ad includerci sia gli aspetti di successo in termini di vendite (possiamo parlare di un funnel di SQUID GAME?!), che i meccanismi narrativi. Più che un’analisi però, o una considerazione di carattere etico, cerchiamo di fare un esperimento.

Togliamo per un momento dal piatto gli elementi della serie TV che finora sembrano avere dominato il dibattito: l’impatto delle scene cruente (specialmente su un pubblico giovane) e l’enormità di quelli che un tempo si sarebbero chiamati “ascolti” (e quindi del valore commerciale della serie). Sul primo punto, ribadisco il concetto già espresso altrove: nella vita, principalmente faccio la copywriter in Valle Camonica. Non la psicologa, non l’educatrice. Come osservatrice di prodotti culturali mi limiterò quindi a dire che una piattaforma a pagamento è libera di adottare i criteri ed i gusti narrativi che preferisce mettere sul mercato.

Squid Game e il gioco delle serie TV
SQUID GAME, chi genera profitto?

Sul secondo punto invece, che la serie risulti essere così vista, non significa che sia altrettanto amata. Potrebbe anche trattarsi dell’ennesimo fuoco di paglia, un innamoramento passeggero da parte di un pubblico annoiato. È anche vero però che ad esultare, forse più che Netflix, dovrebbe essere la Corea del Sud. Negli ultimi giorni sono usciti diversi focus interessanti anche su media di prestigio e dal taglio internazionale, dedicati alla spesa pubblica stanziata negli ultimi anni dalla Corea del Sud in termini di soft power. La cultura fa parte della proiezione dell’influenza di un Paese verso i propri vicini (e anche verso Stati ben più lontani). E l’industria cinematografica rientra a pieno titolo nel grande canestro dei soggetti produttori di cultura. Quindi chapeau a Seul!

Ovviamente, il consiglio dato nel pezzo su STRANGER THINGS vale anche qui: se non avete visto la serie, fermatevi ora. Parlare di comunicazione di SQUID GAME ha senso solo dopo averla osservata, masticata e messa a confronto con alcuni trend. Chi invece episodio dopo episodio, dalla bambola gigante al calamaro disegnato per terra, si è sentito parte della trama, magari vittima più o meno consapevole della propria empatia, è invitato a restare e a dire la propria.

Penso che, in soldoni, SQUID GAME a livello narrativo di originale abbia ben poco. C’è il cameratismo limitato e l’ambiguità dell’antitesi vittima-carnefice della Casa di Carta. Si vede chiaramente la lotta in un’arena artificiale senza esclusione di colpi alla Hunger Games. C’è perfino un tocco di prigionia e mistero nella fortezza sull’isola alla Montecristo. Matrix si insinua piano tra un fotogramma e l’altro, tanto da portare al cambiamento di look del personaggio protagonista dopo la fine del gioco. Per non parlare di logge, maschere e lusso un po’ alla Eyes Wide Shut. Buttandolo sull’estetica poi, la fotografia ha molto del videogame (strano?!), i colori pastello delle scale conducono ad un parco divertimenti di continue porte fasulle e di rampe da illusione ottica. E infatti più che avanzare, i giocatori sprofondano. I giochi dipinti alle pareti prima delle ultime due sfide sono l’ennesimo occhiolino al bene addestrato spettatore.

Come funziona la comunicazione di Squid Game?
Come funziona la comunicazione di SQUID GAME?

Resta una cosa però, nella comunicazione di SQUID GAME. E forse non è tanto questione di denuncia sociale, quanto di attenzione internazionale su di un fenomeno magari poco noto. Il debito dei cittadini sudcoreani. La disperazione, lo sconforto. Quelli sono reali, almeno da quanto emerso nelle ultime settimane complice proprio il successo di questa (fortunata?) serie TV. E se quindi una possibile chiave di lettura stesse qui? Non nella mancata giustizia sociale, quanto nella ludopatia.

Tutti i partecipanti al Gioco del Calamaro sono, di fatto, afflitti da ludopatia. Non riescono a smettere di giocare. Giocano con i soldi, con le proprie vite e con le vite altrui. E quando hanno infine smesso di giocare, possono comunque rimanere avvinghiati ai meccanismi perversi del gioco. Una forma molto sottile di dipendenza li lega alla competizione, probabilmente anche nel tentativo estremo di liberarsi di questa. La comunicazione di SQUID GAME, del suo messaggio e delle vicende dei suoi abbastanza stereotipati personaggi forse andrebbe letta anche così.

Il successo planetario di una serie TV asiatica ha il potere di parlare a tutto il mondo, dicendo: “Il vero problema qui dentro non è solo la violenza, intrinseca anche se spesso invisibile nel nostro sistema. È la dipendenza.” E ognuno, la dipendenza, la coltiva e comunica a modo suo. Come nella maggior parte dei giochi, qui nessuno vince davvero. Ed è questo a fare di SQUID GAME una storia forse non originale, ma interessante.

STRANGER THINGS ci fa sentire a casa

Sarà anche strano, ma STRANGER THINGS ci fa sentire a casa. Guardare questa serie a 33 anni significa ammiccare continuamente alla te bambina, o ai bambini che sono stati i tuoi cugini. Un ammiccare legato all’età e al gioco di specchi adottato dalla comunicazione della serie Netflix. O meglio: di una delle serie TV più amate di sempre. Mi sono chiesta che cosa mi risvegliasse dentro questa storia, con le reference agli anni Ottanta e alla filmografia che ha accompagnato almeno i primi Novanta. Mi sono risposta che trama e personaggi, linguaggio, dialoghi e situazioni della storyline in qualche modo mi fanno sentire a casa. In due modi però contemporanei e tra loro opposti. Mi chiedo se valga lo stesso anche per gli altri spettatori nati prima del crollo del Muro di Berlino.

L’infanzia è un posto bellissimo, un luogo un po’ mitico di cui non possiamo ricordare tutto. Un’età incantata sulla cui pellicola restano impresse soltanto alcune scene. La stessa età benedetta che Undi (la protagonista, se STRANGER THINGS ne ha davvero una) ha per così dire vissuto a metà. Mi sento un po’ ridicola a scriverlo, ma ovviamente, se non avete ancora visto la serie Netflix, fermatevi qui. Spoilers ahead guys!

Da nata alla fine degli anni Ottanta, mi è difficile dire di potermi davvero calare nell’atmosfera dell’ultima Guerra Fredda. Mi mancano molte basi effettive, reali, che per ragioni del tutto anagrafiche non riesco a rievocare. Per me è un po’ come riconoscere di avere delle briciole di Hansel e Gretel da raccogliere, per riportarmi indietro a tanto, tanto tempo fa. A quel Sottosopra confuso e un po’ incenerito al quale appartengono i ricordi monchi, sognati, in parte rimossi o semplicemente cancellati.

STRANGER THINGS è anche un inno all'amicizia
scena iconica e mood di STRANGER THINGS

Guardare una serie TV e cercare di entrare nella sua storia (o nella sua genesi) include anche il livello cosciente. Quello della ricerca logica di un senso compiuto ai mille perché ai quali i ricordi offrono solo suggestioni. Attivare questo livello sui se stessi spettatori, a trent’anni passati, è come riconoscere di avere passato la soglia… il Gate, la Porta per un’altra dimensione. La maturità? La mezza età? Il mezzo del cammin di nostra vita è tempestato dei detriti di chi avremmo potuto essere e non siamo stati. E qui ci sono anche tutte le Undici che in parte sappiamo di essere, con o senza capelli. Per un eccesso di empatia ereditaria, per la ricerca spasmodica di sfidare i limiti del nostro cervello.

Per me STRANGER THINGS è quel fenomeno che entra nel Void, nella dimensione perfetta del trovarsi a metà. In uno spazio buio, un po’ umido e indefinito in cui ci si inoltra solo a piedi nudi. Si calpesta un pavimento oscuro e condiviso non sappiamo con quali altre presenze, talvolta anche con dei mostri. Un posto in cui non distinguiamo più ciò che osserviamo per piacere da ciò che invece studiamo per dovere. Una deformazione professionale che forse mai, da figli più o meno legittimi degli anni Ottanta, ci saremmo sognati di portarci appresso.

Un po’ come la Eleven della serie cammina sospesa in un mondo condiviso di pensieri in cui tutto si mescola, così anche noi, tutti un po’ liberi professionisti manager di noi stessi, camminiamo su assenze di confini. Della vita privata, del lavoro classicamente definito. Dall’altro lato ci sono un poliziotto, uno scienziato, una casalinga, una commessa, un professore delle superiori. Personaggi standard che ci piacciono per la sicurezza che hanno trasmesso ai noi, piccoli dell’epoca dell’incertezza nucleare e delle vecchie certezze su ruoli e mestieri. Ai noi che come Undi si cercano, cercando gli altri nel Vuoto.

STRANGER THINGS ci fa sentire a casa, ma nel Sottosopra
un saluto dall’UpsideDown

La comunicazione su cui STRANGER THINGS si muove è semplice e geniale. Le reference agli oggetti di consumo mediatico dell’epoca. A linguaggi non più in uso e codici comunicativi ormai lontani. La trama c’è e secondo me si sente, ma a tratti vale di più lo storytelling dei ragazzini emarginati perché nerd e secchioni, teneramente geek.

Perché abbiamo bisogno di questa serie TV, anche ora che SQUID GAME reclama attenzione globale (mentre di STRANGER THINGS c’è una ben quarta stagione che hanno appena finito di girare)? Forse perché è scritta bene. Miscela con la stessa accortezza horror e tenerezza. Perché il sorriso di Dustin e il ciuffo finto-ribelle di Steve ci riportano a codici di mode che ci sembrava di conoscere. Perché è il demogorgone che ci portiamo dentro che alla fine non muore mai e resta, aggrappato come le nostre incertezze di generazioni perdute tra mondi, ad una dimensione che non è più la sua. Ci piacciono le storie con i buoni, i cattivi, le zone d’ombra tra colpevolezza ed innocenza, l’ignoto da capire prima ancora che da dominare.

Il continuo strizzare l’occhio dei fratelli Duffer agli Eighties, con i Clash di sottofondo, il consumismo, i limiti dei centri commerciali, la DeLorean che prende il volo… Ci sentiamo a casa, noi figli sperduti di un’epoca mai avveratasi. Ci riconosciamo nelle Converse pasticciate, le biciclette con i campanelli personalizzati, uno skate che spunta all’improvviso e tutti quegli ombretti colorati ad alleggerire le spalline imbottite.

Più guardiamo la serie, meno capiamo se ci riconosciamo maggiormente in quel mondo semplice, dall’acquisto facile e ben definito che stava per mutare grazie alle sue stesse embrionali innovazioni. O se ci ritroviamo di più in quell’esperimento sociale di Undi e del suo capire che di dimensione definita non ce n’è mai soltanto una. E che il mondo all’improvviso si può tramutare in un Sottosopra di cui ancora ci affanniamo a trovare gli strumenti giusti per poterlo comprendere sul serio. Per poterlo navigare, con o senza sangue che gocciola dal naso. Ecco perché STRANGER THINGS ci fa sentire a casa.

Lo Pan Ner è fare comunità

Fare festa è fare comunità. Occuparsi del pane, lasciare che prenda corpo. Tra i canovacci delle cucine, intrisi di farina, lievita l’impasto del pane nero. È lo pan ner, la segale contadina, la segale di montagna, che si rigenera e ci re-impasta tutti nella stessa pagnotta.

La storia del pane, a cominciare dal come procacciarselo, è forse per antonomasia la storia di una comunità. Un gruppo di persone che si fanno famiglia attorno ad un desco, una tavola apparecchiata. Non serve che sia imbandita di sfarzi, basta che si conceda ai commensali, offrendo loro un posto fisico attorno al quale ritrovarsi. A volte il posto è fisico in senso metaforico. È un luogo, non meglio definito in termini di spazio e tempo. L’importante è che abbia un nome.

la mascherina LO PAN NER, morbida e strutturata insieme

Quando le cose hanno un nome, assumono contorni più nitidi. Diventano l’impasto di farine e di fatiche, miscelate con cura in proporzioni tali da lasciarsi chiamare in un solo modo. PANE. NERO. Il nome in questo caso comporta anche un come ed un quando. Il luogo può restare sparpagliato, parcellizzato in tante piccole molliche di pane sparse qua e là. A fare da collante, da glutine che tiene insieme e rende tutto più dolce, è il modus condiviso nello stesso momento.

Nel 2021, come già nel 2020, le comunità de LO PAN NER si sono riunite virtualmente. Virtuale era la cucina condivisa. Reale era il tempo che, da casa, i partecipanti alla festa hanno impiegato per fare insieme il pane. Nel pomeriggio di sabato 2 ottobre, famiglie, persone, singole entità hanno metaforicamente messo i piedi sotto allo stesso tavolo. Si sono riconosciute nella volontà di trascorrere una fetta del proprio tempo compiendo la stessa azione. Gli stessi gesti, di cucina in cucina, di forno in forno, di borgo in borgo, si sono ripetuti lungo l’arco alpino.

un piccolo assaggio di ciò che da remoto non si può vedere

Fare comunità, così come fare il pane, richiede tanto impegno. La pazienza, l’attenzione, la determinazione a credere in qualche cosa di unico. Connesse da tablet, laptop, smartphone ci sono le persone. Con cadenze di parlate diverse, movenze simili, la stessa voglia di fare il pane di una volta. Quello di tanti anni fa, prima che il tempo ne inghiottisca per sempre anche l’ultima briciola di ricordo. E torni mito, memoria collettiva, immaginario condiviso ed intramontabile di un processo astratto, quindi perfetto.

È il secondo anno che per un giorno lascio le vesti di copywriter e indosso quelle di angolo social. Non che dei social media non mi occupi quotidianamente, per lavoro e interesse personale. Ma avere il compito di seguire una diretta che collega gente intenta ad impastare e infornare, non capita spesso. Quest’anno lo studio viene allestito a Chiuro, in Valtellina. L’anno scorso a Malonno, in Valle Camonica.

Si raccolgono le immagini, si prova a recepirne le suggestioni, si restituisce ai conviviali la forma del cibo che essi stessi hanno prodotto.

A volte sono tavole infarinate, oppure facce di bambini sorridenti, grembiuli ritrovati. Il pane di questa gente connessa da tanti posti lontani è anche l’immagine che essa ne cattura sui device diventati parte del proprio essere e comunicare. Ed è a quest’immagine mai uguale e sempre diversa che tocca dare un nome, restituire una voce.

un’infarinata di dietro le quinte della festa

Partecipare al lavoro di team della regia è sempre un’emozione. Arrivi, cerchi di calarti nella parte, ritrovi i tuoi panni dell’anno prima. Li indossi al volo e in quel momento ti chiedi come ti stanno e se qualcuno si accorgerà che prima di organizzare i contenuti inviati da casa, tu ti troverai ad organizzare te stessa. Rispondi al messaggio, salva, cataloga, rinomina, sposta, raggruppa le foto. Tieni d’occhio la scaletta, appuntati due riflessioni, dimenticati quello che avresti dovuto dire. Prendi fiato e dilata tempo e polmoni se devi parlare e il collegamento si fa attendere.

C’è una magia bellissima in tutto questo ed è inclusa nel prezzo di fare comunità. Una comunità che unisce persone provenienti da luoghi, accenti, mondi diversi. Ed è così che tutti diventiamo parte della stessa festa. Tutti ci riconosciamo come uniti attorno al cibo delle Alpi, LO PAN NER.

Trasmettere emozioni

Tutto parte da un’emozione. Giusta o sbagliata che sia, l’emozione si pone, nella maggior parte dei casi, alla base dell’espressività dell’artista. Che poi l’artista scelga di declinare la propria creatività in musica, parole, bombolette spray o altre forme di rappresentazione del mondo, questo è affar suo. Quello che non sapevo è che anche alla base della cucina, della scelta degli ingredienti e della loro trasformazione in cibo, ci può essere un’emozione.

Non è facile parlare di Irene, la finalista di MasterChef Italia ospite venerdì scorso al secondo evento di C6?! Young in Valle Camonica. Non è facile perché Irene Volpe è tante cose tutte insieme, riunite nel caleidoscopio colorato che trova spazio nella sua testa e sfumature nei suoi capelli. Irene è, prima di tutto, giovane e come tutti i giovani è portatrice sana di sogni. La differenza tra chi i sogni li guarda e li tiene chiusi in un cassetto della propria mente e chi invece li rende liberi di esprimersi nella quotidianità anche lavorativa si può riassumere in una sola parola: coraggio.

La chef Irene Volpe mentre cucina: il suo showcooking è stato in grado di trasmettere emozioni anche ai giovanissimi!
la chef Irene Volpe mentre cucina durante l’evento

Il coraggio ha, a sua volta, tanti modi di esprimersi e di sicuro non sta a me parlarne. Lo tiro in ballo in questo post solo perché di coraggio si parla, quando una ragazza che sta combattendo con un disturbo del comportamento alimentare è tanto coraggiosa da tuffarsi in più cose, tutte insieme e tutte bellissime. Irene è alta “come una pertica”, come diremmo noi della Valle Camonica e allo stesso tempo è sottile come un giunco. Del giunco ha anche la capacità di piegarsi ai venti estremi della vita, senza però spezzarsi: né dentro, né fuori.

Parlandole durante l’evento è emersa una persona poliedrica (canta, che cucina l’abbiamo già detto e disegna pure), una persona che non ha paura a salire su un palco per raccontare la sua esperienza di fronte ad un prato carico di aspettativa. Proprio perché la platea di venerdì pomeriggio era formata essenzialmente da giovanissimi (12-20 anni), arrivati in bici, un po’ stanchi ma curiosi, la sua testimonianza ha avuto ancora più valore.

La chef Irene Volpe mentre si unisce alla band per una canzone. Un momento in cui è stata capace di trasmettere emozioni profonde e genuine.
le emozioni trasmesse dal canto

Mi sento di scrivere qualche parola su quest’incontro – senza soffermarmi sull’evento o sul progetto in sé, perché non è questa la sede giusta per farlo – perché non succede poi tanto spesso. Mi spiego: non è cosa poi troppo comune incontrare una persona con una storia da raccontare e che questa persona con delicata fermezza ti metta in mano la matassa ordinata dei suoi pensieri. Razionalità ed emotività, due metà del cervello, due modi di vivere e due prospettive per interpretare il mondo che ci circonda. Si è razionali quando si capisce che una passione ha basi tanto solide da poterla chiamare “lavoro”; ma ci vuole una grande intelligenza emotiva per riuscire a trasformare la componente di un problema in un sogno da inseguire.

Alla base di ogni piatto, questa ragazza straordinaria mette l’espressione di un’emozione. Immagino la sua rabbia, la gioia, la curiosità, la tristezza e l’entusiasmo mettersi in dialogo con zucchine, carote, pesche, nocciole tritate. E di dialogo alla fine sempre si tratta: che sia scritto, cantato, disegnato o cucinato, il racconto di quanto abbiamo dentro di noi è un modo per entrare in contatto con ciò che ci circonda. Per portare fuori dal nostro “di dentro” tutti i colori che fanno parte della nostra persona. Belli o brutti che siano, giusti o sbagliati che siano, per estrarli da quel sottosuolo del nostro essere servono pazienza, creatività, dedizione. Ma soprattutto, serve coraggio. A nome di chi lotta ogni giorno con le emozioni e cerca la strada migliore per esprimerle, GRAZIE, coloratissima e fortissima Irene!

La resina d’agosto

Si dice che la resina sia il balsamo che la pianta si stende sulla ferita. La lascia zampillare, con il suo profumo inebriante, lungo il solco che è stato inferto alla corteccia. Non è una forma di guarigione perfetta, ma ogni volta che un raggio ne colpisce le gocce, se ne coglie una rara forma di bellezza; una meraviglia nata dal dolore e dall’imperfezione che ne è conseguita. È facile trovare questa bellezza nei nostri boschi, basta mettere un piede davanti all’altro in una domenica pomeriggio benedetta dalla luce grigia di fine estate e seguire i profili dei tronchi. Dove questi si fanno meno precisi, ecco che trovano spazio le gocce trasparenti, che delle lacrime hanno il dolce ricordo.

la resina di fine agosto

Fare i turisti a caccia di luoghi lontani, di emozioni da fotografare e di incontri da raccontare è meraviglioso. Spesso però ci dimentichiamo della meraviglia del turismo di prossimità: scegliere una meta che preveda spazio sufficiente per una coperta sull’erba, un libro e mettersi le scarpe giuste ai piedi. Così, le nuvole di fine agosto riempiono il Pian di Gembro di un’atmosfera carica di umidità, felci e specie floreali che tanto ricordano la Scozia. In fondo anche questo è il bello: riuscire a collegare posti lontani con un unico filo rosso, come a segnare le tappe dello stesso viaggio infinito. Lasciare perdurare lo spirito del viaggiatore che è dentro di noi equivale a rendere giustizia a quella parte della nostra anima che richiede meraviglia, stupore, continua scoperta.

sentirsi in Scozia

Per questo, quando passando dal sottobosco di mirtilli e passerelle sul terreno acquitrinoso si arriva prima alle betulle e poi ai larici incanutiti dai licheni, è come attraversare nella distanza di qualche minuto luoghi tra loro lontanissimi. Luoghi che nella nostra mente associamo alle foreste del Colorado, ai picchi liberi delle vallate di altri continenti, o alle distese cangianti della Scandinavia. Tutto, estremamente a portata di mano.

le betulle in Pian di Gembro

Dal Pian di Gembro, prendere per Trivigno e poi per il Mortirolo, rientrando così a Monno, in Valle Camonica. E nel chiudere il giro, capire che si sta davvero compiendo un perimetro di luoghi solo in apparenza distanti: divisi dai confini politici, vicini dalla vegetazione dei versanti e delle tradizioni dei loro popoli. Una chiesetta che si affaccia sulla vallata colpita di sbieco dal sole, i prati d’alpe che scintillano allo spostarsi delle nuvole, le piste da sci ricoperte dal verde tenero della stagione. Attraversare la natura che ci circonda, cercando un punto d’appiglio nelle sue infinite mutazioni per provare a descriverla, è viaggiare. Anche qui, anche a pochi chilometri da casa, anche in una semplice domenica di fine estate. Per deformazione professionale, è ancora meglio accompagnare queste gite fuori porta ad un buon libro, anche se sganciato dal luogo specifico e dal suo contesto.

panorama dalla strada sopra Trivigno

Oggi ho concluso la lettura di “Storia dei Greci”, di Montanelli. Non c’entrava davvero nulla con il posto, ma nella sua bellezza di una prosa semplice, mentre il cielo cambiava più volte opinione sul broncio da mettere, mi offriva uno spaccato d’umanità. Vario, soggetto alle leggi del proprio mutevole tempo, eppure mai sazio di commettere e ricommettere gli stessi errori. Dettati, peraltro, dalle stesse inconfutabili leggi che reggono l’umanità da che mondo è mondo: la sete di potere, l’invidia, la ricerca del piacere.

turista di prossimità in cerca di luce

E in tutto questo, trovare figure che mettevano la ricerca della verità al primo posto… riscoprire Socrate, Platone, Aristotele abbandonati al liceo e poi in qualche corso universitario, è stato come annusare la resina di cui parlavamo sopra. Trovare un balsamo intenso sulle ferite del singolo, o del mondo. La stessa meraviglia gratuita che si prova quando ad ogni tornante della strada si cambia scenario, ma lo stupore resta lo stesso. Quello di chi non si stanca di osservare, o di scrivere, con il cuore del viaggiatore.

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