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Copywriter. Dalla natura, con penna a sfera.

Netflix, The Umbrella Academy, terza stagione

I poteri di The Umbrella Academy

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Una serie Netflix con dei super poteri

Il titolo può trarre in inganno: qui si tratta di capire quali sono i poteri di “The Umbrella Academy”, non i superpoteri dei suoi singoli personaggi. Sì, perché altrimenti rischieremmo di fare passare anche questo successo Netflix per l’ennesima serie TV. Per non parlare dell’ennesima storia con un gruppo di supereroi che cercano di salvare per l’ennesima volta il mondo. Ops! Spoiler alert: da qui in poi riveleremo parecchi dettagli della saga. Proveremo a scavare sotto la superficie, cercando di capire quali sono i poteri di “The Umbrella Academy”, di cui tra l’altro manca solo una stagione – la quarta – per arrivare alla conclusione.

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L’Umbrella Academy al completo. Immagine tratta dalla pagina Facebook “The Umbrella Academy Italia”.

Mi ci sono imbattuta tra i suggerimenti di Netflix, che ormai mi conosce abbastanza bene. Dopo averla vista tutta in lingua originale, ho convinto il mio compagno a fare da cavia riguardandola in italiano. E mi sono chiesta: che cosa funziona davvero in questa serie? Ovviamente non bastano due effetti speciali. Perché una storia faccia davvero presa, deve toccare tutta una serie di corde che ci risuonano dentro nel profondo. Qui proveremo a cercarle, chiamandole archetipi e cercando anche di rispondere a una serie di domande. Premessa importante: questi ragionamenti possono fare bene anche a chi non mastica il linguaggio delle serie TV. Tanto per cominciare infatti, al centro del racconto, si pone monolitico un grande quesito… cos’è il potere?

Il potere e la sua ricerca sono due componenti chiave praticamente di ogni storia che conti. Sia che si tratti di un superpotere da supereroi, sia che abbia a che fare con i poteri intrinseci al genere umano. Ad esempio: l’empatia è un potere? Per quanto mi riguarda sì, non c’è alcun dubbio. Per questa ragione, osservare da vicino una storia che funziona bene, una narrazione compiuta, è utile. Ci aiuta a cogliere cosa rende davvero potenti i suoi personaggi e, di riflesso, che cosa rende potenti noi in quanto esseri umani. Nella serie, il rapporto con il potere viene sviscerato in più modi e a più riprese, accarezzandone le diverse sfaccettature.

Una di queste riguarda il personaggio di Reginald Hargreeves, l’eccentrico vecchietto, tanto geniale quanto ricco, che ha fondato l’Umbrella Academy. Regi ha un rapporto molto particolare con il potere, a cominciare dal modo in cui lo esercita sui suoi 7 figli adottivi. Ragazzini straordinari, tutti nati il primo ottobre 1989 da madri che hanno avuto una gestazione in meno di 24 ore. Reginald li cresce esplorandone i superpoteri con cui sono venuti al mondo. Li porta alla luce, ma al contempo li asserve ad una missione più grande. Li prepara insomma per andare a salvare il mondo. Il rapporto è però estremamente rigido, severo, finalizzato ad allevare dei piccoli mostri dalle immense potenzialità. Uno dei poteri di The Umbrella Academy è probabilmente quello di adottare lenti psicologiche nella stesura di buona parte della trama.

Sir Reginald Hargreeves di certo non fa eccezione, considerando il modo in cui plasma i suoi pargoli sotto il profilo caratteriale, comportandosi da vero padre-padrone. Bellissima la scena in cui parte di quest’approccio viene svelato e cioè quando vediamo per la prima volta Klaus (uno dei 7 figli ormai cresciuti) nell’aldilà, mentre il padre gli fa la barba adottando una postura in tutto e per tutto simile a quella di Freud. Ma non si può parlare di potere senza altri due elementi chiave di ogni storia che si rispetti: consapevolezza e responsabilità. E su questi due temi ci giochiamo tutta la storia dell’Umbrella Academy, con la ricerca disperata di salvare il mondo da una fine certa (responsabilità) e la necessità di guardarsi dentro scavando nel profondo ed affrontando l’abisso delle proprie paure fino ad emergere con un nuovo, inesplorato potere (consapevolezza, di sé ma anche degli altri).

I poteri di The Umbrella Academy

I poteri di The Umbrella Academy stanno negli archetipi. Definire un “archetipo” non è cosa semplice. Nell’ambito della Comunicazione, anche questa parola sta subendo un picco inflazionistico non di poco conto; un po’ come altri termini che abbiamo scoperto essere molto di moda, “storytelling” e “resilienza” per primi. Stando alla definizione della Treccani: “Nel pensiero dello psichiatra e psicologo svizz. C. G. Jung (1875-1961), immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni.” Questa definizione rende bene l’idea di quanto potenti siano gli archetipi. Provando quindi a tracciarne i principali all’interno di questa storia, si rivelano con maggiore chiarezza anche i poteri di “The Umbrella Academy”.

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Scena tratta dalla seconda stagione. Sempre geniale la presenza dell’ombrello che si palesa all’improvviso. Immagine tratta dalla pagina Facebook “The Umbrella Academy Italia”.

L’apocalisse e il desiderio di evitarla

Eh già, quale sfida maggiore se non quella di salvare il mondo e, con esso, l’umanità intera? L’apocalisse è la cancellazione di ogni cosa, specialmente in chiave di soggetti viventi. La fine senza ritorno, il Giorno del giudizio. Un tema decisamente affascinante anche in ambito letterario – soprattutto per il filone fantascientifico – anche se la sua accezione primaria è fortemente religiosa e, fuor di dubbio, biblica. Nella serie poi non mancano gli scenari del post-apocalisse: cosa c’è in un mondo in cui tutto ha avuto termine? Dal “Vecchio e il bambino” di Guccini all’ecatombe nucleare della serie “One-Hundred”, le storie che fanno parte della nostra percezione del mondo spesso ci parlano della nostra attrazione proprio verso la sua fine ultima.

Qui il personaggio chiave è senz’ombra di dubbio Cinque, che incarna una sorta di Prometeo destinato a pagare il prezzo della conoscenza – una vita di solitudine – per portarne il dono ai mortali. Un dono non subito compreso e che si pone ben presto come il trigger della trama principale di tutta la serie TV, dalla prima alla terza (che sarebbe poi la penultima) stagione. Ragionando sui poteri di The Umbrella Academy è perciò impossibile non prendere in considerazione quanto potente sia il riferimento all’archetipo della distruzione. Tutto cessa di esistere per un errore umano, oppure per una catena di concause, di cui tutti i personaggi principali (a modo loro) dimostrano d’essere degli anelli intercambiabili.

Affrontare il tema della fine di tutto si contrappone e riequilibra con la domanda: cosa posso fare io per salvare il mondo? Dall’alto della terza stagione, un vecchio Cinque lancia il messaggio decisivo: non fare nulla. Non cercare di fermare l’apocalisse. Forse perché alla fine il mondo si salva da solo? Forse perché nel tuo tentativo di fermarla ne sei tu stesso la causa scatenante? O magari perché non ne vale poi tanto la pena? Gli scenari che si aprono sono molteplici, ma il quesito conserva intatto il suo fascino primordiale: se sapessimo che la fine del mondo si avvicina, non faremmo di tutto per porvi rimedio? Una domanda alla quale gli ambientalisti hanno da tempo trovato risposta.

locandina terza stagione The Umbrella Academy, Netflix
Il lancio della terza stagione di The Umbrella Academy, Netflix.

Il viaggio nel tempo e l’immortalità

Nella classifica dei poteri di The Umbrella Academy, un secondo meritatissimo posto va al connubio viaggio nel tempo + immortalità. Di cui la seconda non deve per forza di cose essere il seguito di una ricerca. Anzi: ci sono due personaggi potenzialmente semi immortali nella serie e con buona probabilità nessuno dei due si è cercato un simile fardello da caricarsi sulle spalle. Ma prima di capire che, se il tempo non procede in maniera lineare c’è possibilità di percorrerlo all’infinito, meglio guardare ai salti spazio-temporali di Cinque (da cui tutto, in qualche modo, sembra generarsi).

A 13 anni, il Cinque ragazzino padroneggia già molto bene l’abilità di saltare nello spazio e freme per tentare l’equazione che gli permetterà di fare piroette nel tempo. Reginald, a tavola con i fratelli sgomenti, gli ordina di lasciare perdere, in quanto le conseguenze di un salto temporale rischiano di essere troppo grandi per un piccolo Cinque. Le conseguenze o anche i semplici imprevisti, proprio come il fatto di restare per decenni prigionieri del futuro, arrivando proprio il giorno dopo dell’allora segreta Apolicasse. E infatti Cinque resta bloccato, tornare indietro per quanto ci provi e riprovi è troppo complesso. E a questo punto entra in gioco un altro dei personaggi più affascinanti e meglio riusciti della storia (peraltro assente nella versione originale del fumetto): The Handler.

The Handler rappresenta La Commissione, l’Ente segreto che si è auto-insignito dell’onere e del dovere di mantenere intatta la timeline predefinita. Una timeline secondo la quale l’apocalisse deve avvenire e ogni precedente momento della Storia deve renderla quindi possibile. Per garantire che l’ordine temporale venga rispettato, La Commissione mette in moto dei personaggi che ben poco hanno a che vedere con il tenero Martin di “Ritorno al Futuro”… E così Cinque, invecchiato nel post-apocalisse e dopo una serie di crimini, diventa un sicario e riesce a tornare dalla sua famiglia per avvisarla del pericolo incombente.

Sicari che viaggiano nel tempo, ragazzini impertinenti invecchiati male, goffi tentativi di scompaginare l’ordine cosmico per evitare che il mondo abbia fine… Possiamo davvero parlare di viaggio dell’eroe? Se la trama di “DARK” ci aveva incasinati forte, quella di The Umbrella Academy continua a farlo ma in modo ironico, senza perdere di vista che, ogni volta che cambiamo di ordine a un tassello per modificare l’immagine finale, non abbiamo poi la certezza di quale forma assumano le tessere del domino nel disegno conclusivo. L’archetipo dell’intervenire a tutti i costi ponendo pezze andando indietro negli anni è davvero molto forte. Ma, come tutti i grandi archetipi, qui ha anche l’accortezza di svelarci quanto umani e fallaci noi in fondo siamo.

La famiglia tra i poteri di The Umbrella Academy

In ogni famiglia c’è del potere e ci sono dinamiche diverse a seconda di chi e di come lo si esercita. Tra i poteri di The Umbrella Academy si possono sicuramente citare alcuni personaggi che incarnano degli archetipi molto forti. Ovviamente stravolgendoli. Il primo fra tutti è il già citato Sir Reginald Hargreeves, che impariamo davvero a conoscere solo a partire dalla seconda stagione. Andando indietro nel tempo, si arriva a un Regi del passato, che ha già concentrato buona parte delle sue energie sul potere stesso dell’educazione (in particolar modo sullo sviluppo cognitivo e comportamentale degli scimpanzé, il dolce Pogo ne sarà appunto l’esempio). Il fatto che un uomo talmente ossessionato dal potere e dalle modalità di esercitarlo abbia dedicato tanti sforzi ad esperimenti proprio sull’educazione fa riflettere. Proviamo allora ad unire questo aspetto ad un altro personaggio chiave della serie: Ben.

Ben sembra essere destinato a starsene in sordina durante tutta la storia. E invece il suo ruolo va incontro a un decollo improvviso a partire dalla terza stagione. Ma ovviamente in modo diametralmente opposto a quello del fantasma timido e riservato delle prime due season. Cos’è cambiato? Sicuramente l’educazione, il profondo marchio lasciato dall’upbringing. Un aspetto fondamentale del contesto, che qui prende, per l’appunto, il sopravvento in maniera decisiva. Tanto decisiva da farci pensare che uno dei messaggi in assoluto più forti di tutta la serie, e quindi a questo punto anche uno dei poteri di The Umbrella Academy, sia proprio il ruolo dell’educazione.

Come cresco qualcuno, quel qualcuno è destinato o meno a comprendere con maggiore o minore facilità il suo potenziale e a instradarlo secondo schemi diversi. Non è quindi un caso che la famiglia della prima stagione sia a tutti gli effetti sgangherata e colma di personaggi di fatto in cerca d’autore. Persone il cui unico calore reale è stato somministrato nel corso di tutta l’infanzia da una madre “finta”, nel vero senso della parola. Cioè, robotica.

Il ruolo del padre padrone si contrappone quindi a quello della madre-robot. Grace è stata programmata per reggere in modo letteralmente indistruttibile ai rocamboleschi capricci di Numero Sette (alias Vanya). E così la robot dalle sembianze estremamente docili si trasforma di volta in volta in scrigno d’amore, motivatrice, infermiera, educatrice, rassettatrice dell’enorme residenza Hargreeves e dei malumori di chi la popola. Se il padre è dispotico, la madre robotica (ma paradossalmente più dolce), l’unico ad incarnare a pieno titolo il ruolo di figura “umana” è Pogo. Cioè lo scimpanzé evoluto (e con ogni buona probabilità geneticamente modificato).

Come in ogni buona famiglia con dei super poteri poi, non mancano le dinamiche relazionali al limite dell’incesto. Leila e Luke Skywalker non erano forse fratelli? Luther e Allison lo sono solo per educazione, tema che torna ad essere ancora più centrale. E che non seguiremo di certo in quest’analisi. Decisamente interessante da approfondire sarebbe invece il ruolo del trickster, il personaggio che tiene aperte le porte delle possibilità, l’ambiguo sempre pronto a ribaltare storie, costumi e a volte persino mondi e morali. Cinque? Klaus? The Handler? Il compito è arduo e non me lo assumo.

Sir Reginald Hargreeves
Sir Reginald Hargreeves, padre dell’Umbrella Academy. Immagine tratta dalla pagina Facebook “The Umbrella Academy Italia”.

Il numero 7, le apparenze e il mondo alla rovescia

Il 7 è uno di quei numeri che non hai molta scelta: o lo ami, oppure lo odi. Numero primo dalla forte simbologia in campo esoterico (non sempre compresa, ma spesso corteggiata anche a livello narrativo), 7 è il numero di Vanya, la distruttrice (o l’incompresa). Non solo, ma 7 è anche il numero dei fratelli Hargreeves (sia nella versione Umbrella che in quella Sparrow) e se ad un certo punto Ben ci toglie il numero (rientrando di diritto in tutte e due le famiglie), ecco che nel frattempo il conteggio è già stato prontamente ristabilito da Laila. 7 è anche il numero delle stelle (o sfere) del sigillo all’Oblivion (terza stagione). Di certo, non è stato scelto a caso dagli autori.

E, dato che abbiamo citato l’hotel Obsidiana-Oblivion, vale la pena introdurre un altro dei poteri di The Umbrella Academy: la capacità di percepire una realtà diversa dietro lo strato della materia. O quantomeno d’ipotizzarne una possibile esistenza alternativa. Ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ciò che siamo davvero e ciò che crediamo di essere. La parentesi dell’hotel astronave dietro il bisonte bianco (scelta anche questa ricca di valenza simbolica) è già di suo una sorta di salto alla “Alice in Wonderland”: in un mondo alla rovescia, che potrebbe essere ma che esiste solo in preparazione di altri mondi.

Un mondo veramente accessibile solo quando cogliamo a fondo il potere più potere di tutti i poteri di The Umbrella Academy: la consapevolezza di sé. Quale potere è infatti più grande del conoscere il proprio potere? Il “conosci te stesso” di socratica memoria ben si addice alla serie. Anche perché, è soltanto conoscendo il proprio potere (anche nel senso di potenziale), che impariamo a utilizzarlo in maniera corretta. Il personaggio di Vanya sembra incarnare quest’aspetto molto più degli altri. Se resta ignara del proprio potere, non cresce come personaggio (né come persona), se ne acquisisce consapevolezza deve poi comunque imparare a gestirlo. Un modo anche per esortarci a prendere coscienza delle nostre zone d’ombra e a capire verso cosa catalizzare davvero le nostre energie nella vita. Anche per non incappare nell’errore di Cinque… senza il quale, ben inteso, l’intera serie non avrebbe senso di esistere!

Volendo chiudere con un pizzico di filosofia, sono tanti i poteri di The Umbrella Academy. Così come i simboli e i messaggi che questa serie Netflix contiene. Una storia quindi che può dare il là a parecchie riflessioni. E che più di ogni altra cosa ci pone di fronte al quesito: so davvero come usare il mio potere? This remains to be seen…

I primi tre libri della Storia d'Italia, di Indro Montanelli

LA STORIA di Indro Montanelli

Scrivere in modo chiaro e per tutti: se c’è qualcosa che LA STORIA di Indro Montanelli insegna è proprio questo. C’è sempre un modo per arrivare agli altri con la scrittura e, se si è bravi, si riesce a rendere interessante anche un argomento a detta di molti “noioso“. Anzi no: oggi non diremmo “interessante“, ma “accattivante“. Perché le cose ormai o hanno il potere di catturare anche il più svogliato e distratto dei lettori, o non hanno ragione d’essere messe online.

Chissà cosa ne penserebbe Montanelli, che per avere scritto dodici volumi dedicati alla Storia d’Italia venne additato, accusato, messo al muro e probabilmente anche ridicolizzato. Leggere LA STORIA di Indro Montanelli o, per essere precisi LA STORIA D’ITALIA, equivale a togliersi lo sfizio. Quel guilty pleasure, sempre come preferiremmo dire oggi, di scoprire cosa contengono quei libroni collezionati con Il Corriere e messi in bella mostra nel soggiorno di famiglia. Penso che per molti, la sensazione aprendo questi libri sia stata così. Rompere il tabù di polvere e arredamento, per spostare l’oggetto libro dalla sfera della suppellettile decorativa, al suo legittimo regno. Quello delle storie da raccontare.

Estate 2021: finalmente, dopo mesi di attesa, rompo l’idillio dello scaffale e mi decido ad aprire il primo volume. Anzi, l’esatto opposto… tentenno. “Da dove si comincia?” LA STORIA di Indro Montanelli va letta dal Crollo dell’Impero Romano d’Occidente, oppure dalla nascita della civiltà greca? Tra una rovina e un ingresso nella cronologia del mondo, ho preferito il secondo. STORIA DEI GRECI, poi STORIA DI ROMA e infine il primo volume di STORIA D’ITALIA. Sono sopravvissuta alla lettura allegramente e senza troppi danni collaterali. Eccezion fatta per uno, lo stesso tarlo che a distanza di settimane mi sprona a scrivere: “Come diamine ha fatto?!”

Il primo volume di LA STORIA D'ITALIA, accompagnato da LA STORIA DEI GRECI e da LA STORIA DI ROMA

Già… come diamine ha fatto Montanelli a entrare nel vivo di un’infinità di mondi, vite e uomini, letteralmente un secolo dopo l’altro e a rendere tutto così terribilmente irresistibile? Quando di mestiere scrivi, ma non fai lo scrittore nel senso comune del termine, ti tocca piegare la scrittura un po’ a tutto. Argomenti che normalmente t’interessano, come questioni di cui tendenzialmente faresti volentieri a meno. Oppure – e questo forse è ancora più difficile – ti tocca scrivere di ambiti che muori dalla voglia di approfondire, ma lo devi fare mantenendo una forma diversa da quella che vorresti poter scegliere tu. E questo perché non stai scrivendo per passatempo, né per indirizzare una lettera a te stesso. Lo fai perché devi e devi scrivere qualcosa che interessa al cliente, in un modo che possa attirare l’attenzione del suo cliente.

Ecco perché penso che leggere LA STORIA di Indro Montanelli sia una grande lezione per chi ha scelto il mestiere di scrivere. Montanelli, da grande penna qual era, prima di mettersi a scrivere la sua Storia d’Italia, si deve essere fermato per chiedersi: perché? E soprattutto: per chi? Avrebbe scritto alla massa, a quell’Italia degli anni Cinquanta che bramava una cultura. Il mondo era cambiato, nuove opportunità si stavano schiudendo per la nascente classe media, ma ecco che alla massa mancava ciò che l’élite aveva sempre avuto: la conoscenza, da cui la consapevolezza, delle proprie radici.

LA STORIA, di Indro Montanelli

Non credo sia un discorso di prese di posizione partitiche. Anche se, a ben vedere, il tanto vituperato Montanelli scrivendo questa Storia d’Italia fece il gesto più “di sinistra” e democratico che gli si potesse chiedere. Dare, cioè, gli strumenti alla massa per conoscere se stessa. La propria identità, il proprio percorso attraverso i secoli. Sapeva che, per farlo nel modo giusto, avrebbe dovuto infrangere più di un tabù. Avrebbe cioè dovuto rendere accessibile ai molti qualcosa di accademico. Togliere l’appannaggio esclusivo della Storia con la esse maiuscola ai salotti buoni degli eruditi. E ci riuscì.

Senza far troppo spoiler – oggi diremmo così, ma riferito all’ambito storico fa davvero molto ridere – ecco perché amo quest’opera. E perché spero di riuscire presto a leggere anche il resto dei volumi. Perché ha carattere. Il carattere semplice e schietto di chi più che sui quando, si sofferma sui chi e sui perché. Dà un volto alle persone del passato, che improvvisamente smettono di essere meri personaggi di cronache vuote, asettiche. Oltre il susseguirsi di date e battaglie, verso l’aneddoto e l’estremo piacere di raccontarlo. Il segreto de LA STORIA di Indro Montanelli, così come l’ingrediente magico della scrittura ben riuscita, sta tutto qui: entrare nella testa del lettore e scrivere di conseguenza. Semplice, ma non troppo.

il racconto dell'ancella

IL RACCONTO DELL’ANCELLA, una scrittura di silenzio

Conoscevo la fama di Margaret Atwood, scrittrice canadese autrice del romanzo IL RACCONTO DELL’ANCELLA. E conoscevo June, la protagonista dell’acclamata serie THE HANDMAID’S TALE. Quello che mi mancava era dare un nome allo stile e alle caratteristiche proprie della scrittura di questa storia. Capire, anche, come la serie si fosse sviluppata dal testo di partenza. E, lo confesso, avevo una gran voglia di scoprire da vicino il talento narrativo della Atwood, di cui purtroppo mi mancava esperienza diretta. Così, mi sono decisa a leggere il libro.

margaret atwood il racconto dell'ancella

Ed è stato davvero come trovarmi coinvolta in una battaglia per dare, di nuovo, un nome alle cose. Il loro giusto nome, quello che dovremmo ricordare sempre, che non dovrebbe mai andare perso nei meandri della mente, o della Storia. IL RACCONTO DELL’ANCELLA è un romanzo che riecheggia di nomi diversi, mutati per ordine del regime fondamentalista cristiano che ha preso il sopravvento. Le stesse persone ed i loro ruoli hanno dovuto assumere denominazioni altre da quelle in uso nel passato: etichette appioppate ad arte dal regime. Nomi propri di persona caduti, dimenticati, brutalmente rimossi e cancellati… se non nella memoria di chi resta vigile. Di chi “non dimentica”.

Nomi possibili da pronunciare solo in bisbigli e nel silenzio acuto dei propri pensieri. Questo aspetto emerge in modo molto chiaro anche dalla serie TV, che per parecchi versi ho trovato rispecchiare ed approfondire lo spirito del romanzo. Certo, arrivo tardi a scegliere di scrivere di questo libro. Sono consapevole che ne abbiano, a più riprese, già parlato in molti. Eppure, sono convinta che i tempi delle stagioni delle serie TV (questo weekend siamo tutti catturati da LA CASA DI CARTA, giusto?!), come quelli dei social, vivano vite brevi. I libri, un po’ come il cinema d’autore, invece restano.

una citazione dal libro Il racconto dell'ancella

La storia di IL RACCONTO DELL’ANCELLA, data alle stampe nel 1985, ha stregato il mondo per ben tre decenni prima di diventare anche una serie TV. Era uno di quei libri cult, sempre presenti nelle liste di collettivi e gruppi femministi. E, nonostante magari non si trovasse in cima alle classifiche di lettura, restava eternamente consigliato da donna a donna, finendo in migliaia di wishlist. Certo, c’è anche un’ormai datata trasposizione cinematografica – che non ho visto – ma credo sia sempre stata la bellezza folgorante della storia a fare breccia. La trama, i personaggi e l’indomita penna di Margaret Atwood: elementi perfetti per una scrittura di solitudine.

Mi correggo: non so se la Atwood – che sono estremamente grata di aver letto e che non vedo l’ora di ritrovare, magari proprio nel sequel I TESTAMENTI – abbia scritto questo romanzo in una condizione di solitudine. Pare che l’idea di sviluppare la storia di IL RACCONTO DELL’ANCELLA le sia venuta nella primavera dell’84, quando ancora viveva a Berlino Ovest. E che poi l’abbia portata a termine in Alabama, dove si era trasferita per insegnare. Credo però che ci voglia bravura, una bravura enorme, per dare voce ad una storia unicamente tramite il racconto interiore della protagonista. Un personaggio silenziato, spesso costretto a tacere e a dosare con estrema cura le parole per esprimersi in pubblico. Rinunciando invece totalmente a quelle in forma scritta: nella storia narrata, alla quasi totalità delle donne è proibito sia leggere che scrivere. Già questo mi avrebbe data per spacciata!

citazione-atwood-raccontare

È quindi June – che ora si chiama Offred, in onore del Comandante che deve servire – a srotolare per noi la matassa della realtà. I nostri occhi vedono, perché lei osserva e racconta. Le nostre orecchie sentono, perché June ascolta e racconta. Racconta a sé stessa, in sostanza, e noi lettori diventiamo parte del suo monologo. Di questo avvincente dialogo interiore in cui ci ritroviamo subito avvinti, in attesa di capire meglio come funziona il suo mondo. Un mondo distopico, brutale, in cui le persone hanno compiti precisi stabiliti e normati da un regime teocratico, dove la libertà di culto è stata soppressa.

Noi, lettori incollati alle pagine del romanzo IL RACCONTO DELL’ANCELLA, esistiamo solo attraverso le sue parole. Un po’ come June può esistere solo ostinandosi a salvare la memoria della propria identità. O come allo stesso tempo Offred (Difred, in altre traduzioni) esiste solo con funzione riproduttiva per il suo Commander. Ecco perché è importante continuare a raccontare. A fare passare un messaggio, non per forza di speranza, ma a tutti gli effetti di resistenza dell’essere umano che lotta per restare tale. E l’unico modo per farlo è intavolare con sé stessi un racconto silenzioso che, a torto o a ragione, mi piace chiamare scrittura di solitudine.

June ricorda il suo nome nel romanzo Il racconto dell'ancella

A distanza di 36 anni dalla prima pubblicazione, il successo di ben quattro stagioni con l’iconica Elizabeth Moss e chissà quante altre occasioni di adattamento, IL RACCONTO DELL’ANCELLA resta un capolavoro. Indiscusso, per la trama, la caratterizzazione dei personaggi, i dettagli che prendono vita e il caleidoscopio degli stati d’animo che popolano il romanzo. Un capolavoro sulla libertà di dare il giusto nome a cose e persone. Una storia forte, raccontata da una scrittura altrettanto forte: a metà tra la pugnalata e la continua epifania. Una limpida, distopica e coraggiosa scrittura di silenzio.

LUX AB ORIENTE, fabula fantastica septima di Innocenzo Bona

LUX AB ORIENTE, la settima fabula di Enzo Bona

Perché “LUX AB ORIENTE”? Perché la fabula fantastica septima del Magister Innocenzo Bona è un inno alla conoscenza. Un libricino che si legge in poco tempo e che silenziosamente esorta alla comprensione: degli altri, dei tempi lontani e dell’oggetto più difficile di ogni ricerca. La propria, intima realtà.

Lettura in Valle Camonica, di romanzo storico su Valle Camonica

Enzo Bona – botanico, camuno di nascita e uomo di grande curiosità culturale – ci ha regalato un’altra fabula. Un breve romanzo storico il cui protagonista è un se stesso di qualche secolo fa. Prima di parlare della vicenda narrata e del perché valga la pena leggerla, ci tengo a sottolineare il verbo “regalato”. Sì, perché questi testi di narrativa storica, il Magister Enzo Bona non li scrive per il mercato, ma per gli amici. E, probabilmente, anche per dare uno sfogo salutare alle sue peregrinazioni botaniche, storiche e letterarie.

I libri hanno questo meraviglioso potere. Trovano sempre il modo di arrivare al lettore, anche percorrendo le vie più impensate. Un po’ come il protagonista della serie che quest’autore della Valle Camonica ha saputo creare. Anno dopo anno, il Magister, con la sua passione per la ricerca della verità, grazie all’aiuto delle specie botaniche di mezza Europa, risolve intrighi e misteri. In quest’episodio, Innocenzo parte per un lungo viaggio a più tappe, ognuna dettata da uno scopo. A cominciare dall’epidemia di colera cui gli è chiesto, grazie alle sue competenze mediche e scientifiche, di porre rimedio. È il 1538 e siamo a Buda, durante una pausa del conflitto con Pest. A fronteggiarsi, non sono solo le due rive del Danubio, ma due civiltà separate.

LUX AB ORIENTE, la settima fabula di Enzo Bona

Lo scontro tra gli uomini è, momentaneamente, sospeso. Urge prima trovare rimedio al misterioso insinuarsi della malattia, che miete vittime senza distinzione di credo religioso. Da dove arriverà la salvezza? LUX AB ORIENTE, la soluzione sta tutta qui. La luce della conoscenza arriverà da chi saprà guardare oltre le divisioni, gettando lo sguardo là dove sorge il sole del sapere.

Il racconto – non riesco a decidermi se è più un racconto lungo o un romanzo breve – procede attraverso lo spazio. Le strade infangate del tardo autunno ci portano verso altre città e nuovi enigmi da risolvere. Il Magister dovrà far fronte ai capricci degli uomini, ma anche al loro tentativo di mettere in salvo una cultura condivisa, in grado di travalicare Alpi, fiumi, eserciti. Il compito più feroce e complesso si svolgerà però nella terra natìa, quando al ritorno da ogni viaggio si compirà il mistero più grande. Quello dell’introspezione profonda, del cercare la luce tra i meandri della propria coscienza. E qui è il sottotitolo a venirci incontro: quel “Nel silenzio rifletto”, che offre molto più di una sola chiave di lettura.

Leggere al Lago Moro

LUX AB ORIENTE è un libro breve, scritto da un autore camuno, forse anche per presentare la Valle Camonica di secoli fa. Le sue ricchezze in termini di scuole e studi. Qualcosa che ora, da non addetti ai lavori, non saremmo in grado di sospettare. Qualcosa che vale la pena lasciare investigare oltre al lettore fortunato, al quale Enzo Bona vorrà far dono di una copia del libro. Nel caso, perché essergliene grati? Perché chi scrive una storia destinata agli amici, indirizza una lettera a cuore aperto anche a se stesso e alla propria terra. E perché la conoscenza è, da sempre, lo strumento attraverso il quale sconfiggere malattie, gettare ponti oltre le avverse correnti ed aprire lo scrigno che ospita i nostri pensieri più reconditi. LUX AB ORIENTE: grazie Enzo Bona, è nel silenzio della lettura che trova casa la riflessione più feconda.

La settima fabula fantastica di Enzo Bona
raccontare la propria storia, come Zerocalcare

Raccontare la propria storia

Perché scrivere di sé

Quante buone ragioni esistono per raccontare la propria storia, per scrivere di sé? A volte penso che siano troppe, altre troppo poche. I social in generale, le storie di Instagram, il quarto d’ora di celebrità… Eppure, uscendo per 15 secondi dalla modalità personal branding (che ha un suo fascino, e anche una sua importanza), ci sono ancora delle ottime ragioni per provare a raccontare la propria storia. Durante l’ultima settimana, per fare pausa tra i testi per un sito e un piano editoriale e l’altro, tornavo con la mente a tre prodotti narrativi che mi hanno particolarmente colpita.

Non libri, anche se presto tornerò a scriverne, ma film e serie TV. Uno poi mi chiede quando ho tempo per leggere, andare al cinema, se non sono stanca di stare al computer dopo averci passato una giornata di lavoro. Ehm, sì, la stanchezza fa parte del gioco. La fame di storie, però, spesso è più forte. E poi credo che mi stancherei di più a lavorare in miniera, ma della mia storia magari scrivo un’altra volta. Dicevo: tra un caffè e l’altro spiluccavo articoli e video su YouTube per capire meglio tre prodotti culturali che negli ultimi giorni in particolare hanno catturato la mia attenzione.

MAID, l’acclamata serie TV Netflix, The French Dispatch, ultima fatica di Wes Anderson di cui stanno parlando tutti e Strappare lungo i bordi (sì, anche di Zerocalcare stanno parlando tutti). Mi sarebbe piaciuto capire il come e il perché di ogni singola scena, trama, descrizione di personaggio. Ma le pause caffè non sono infinite e arrivata al sabato pomeriggio, mi si è accesa una specie di lampadina. In fondo, tutti e tre, non mettono in qualche modo al centro la narrazione autobiografica? Non fanno degli sforzi narrativi incredibili per raccontare (anche) la propria storia? Provo a tenere accesa questa lampadina per qualche minuto. Se non avete ancora visto niente di questi tormentoni del momento, chiudete gli occhi (oppure guardate solo le immagini, che da sole fanno poco spoiler). Grazie.

articolo del New Yorker su MAID, serie TV Netflix
Un articolo su Margaret Qualley, attrice protagonista della serie MAID

MAID, raccontare la propria storia, per salvarsi

“MAID”, Netflix: partiamo da qui. Mannaggia a me che ho preso pochi appunti su questa serie TV! Ma come si fa a scrivere e a segnarsi le cose, quando si è così presi da una narrazione? MAID è una storia di violenza domestica, abusi di genere, disturbi bipolari, figure professionali poco retribuite, riscatto sociale. E già così funzionerebbe, di suo. Funziona ancora meglio grazie allo sguardo magnetico della Qualley, che oltre a pulire le case degli altri più o meno devastate dalle rispettive vite, ne appunta i dettagli, ricostruendo le vicende di chi le abita, in modo più o meno simile a come lei sta cercando di ricostruire la propria vita. La protagonista si chiama Alex, e già qui appunto, funziona alla grande. Ciò che rende ancora più speciale questa storia però, è la forza salvifica della scrittura.

Se Alex si salva, è per tante ragioni e anche per tante persone che capiscono il suo talento e i suoi bisogni. E lo fanno proprio grazie al racconto della sua esperienza come domestica e a quel quadernetto scalcagnato su cui lei si esercita, casa dopo casa, passata di Dyson dopo passata di Dyson, a scrivere le storie degli altri. Così facendo, di fatto lei non solo racconta quel frangente (disperato) della propria vita, ma la rimette in ordine. Capisce che vuole imparare a scrivere meglio – perché è portata – e decide di andare al college. Alex è anche e soprattutto una madre, che in quel momento sceglie di riprendere in mano la propria esistenza e quella della figlia di tre anni, basandola su una cosa tanto effimera quanto potente: la parola scritta.

La crescita personale della protagonista, il suo passare attraverso il PTSD da violenza emotiva e l’arrivare finalmente a dargli un nome, sono storie di vita vissuta. La serie Netflix è infatti tratta dal libro della MAID originale. Un best-seller che negli States ha avuto un successo fulminante (pare fosse anche nella Summer reading list di Obama) e che l’ha resa un’autrice affermata. A volte scrivere di sé fa bene e raccontare la propria storia assume un potere catartico. Cosa succede invece quando oltre, a chi siamo, raccontiamo la nostalgia?

qualche appunto e il biglietto del cinema di The French Dispatch
“il languore della nostalgia” suonava troppo bene per non scriverlo

Wes Anderson e la nostalgia della vita

Impossibile guardare un film di Wes Anderson e non dire niente. THE FRENCH DISPATCH sta dividendo il pubblico dei fan di Wes e sta creando due scuole di pensiero nella platea in generale. Anderson ha fatto un film solo per sbattere in faccia a tutti quanto è bravo? Trattasi dell’ennesima collezione di miniature da presepio vivente? E poi questa cosa che ti s’insinua dritta al cuore: “The French Dispatch è una lettera d’amore al giornalismo e ai giornalisti.”

Pare non sia del tutto così. Però sì, di giornalismo – quello bello, long-format, intenso e privo della vergogna di esprimersi liberamente – questo film parla davvero. E lo stesso Wes Anderson ha confessato (ce lo si poteva anche immaginare, vero Wes?!) d’essere un appassionato lettore e collezionista del New Yorker, pubblicazione alla quale l’opera s’ispira. Sì, ma… è un film vero con una storia da raccontare, una trama sua, oppure è semplicemente una carrellata di virtuosismi messi in scena da un egocentrico innamorato dei propri esercizi di stile? E qui il pubblico si divide: i popcorn in una mano, la mannaia nell’altra, perché ormai i dibattiti o si fanno accesi, o di questi tempi sembra di non avere un’opinione.

Forse siamo noi, sempre, il problema, perché le generazioni passano e le reference con il tempo si perdono; oppure perché in questo periodo surreale, ci basta l’assurdità del mondo reale. Però, anche qui, c’è tanto Wes. Come scrive Rolling Stone, c’è il genio (che puoi trovare ovunque, se quello è il tuo modo di guardare il mondo) e c’è il grande interrogativo su cosa sia l’arte e sul ruolo dell’artista. E soprattutto, c’è la speranza che là fuori ci sia ancora un editore – oppure un regista – pronto a dare spazio a chi cerca il bello e la meraviglia. Alle storie e a chi ha l’attitudine a narrarle. Grazie Wes: a tuo modo c’hai raccontato meglio anche un pezzetto di te e della tua nostalgia compulsiva. E di una generazione, quella innamorata del giornalismo lungo, lento, da gustarsi la domenica in panciolle, che sta scomparendo.

Il video di Zerocalcare su Strappare lungo i bordi
Non tutti i freelance vengono inghiottiti dal divano; la maggior parte però, sì.

Zerocalcare, raccontare una generazione

A proposito di generazione, veniamo all’ultimo pezzo forte di questo (mio) pezzo sconclusionato. Cercavo di ragionare sulle diverse modalità e motivazioni legate all’atto del raccontare la propria storia. E là fuori c’è chi è riuscito in un compito molto arduo: attraverso il racconto del sé, dei propri ricordi e dei dettagli intimi e veri, rendere giustizia al racconto di un intero mondo. Quello di chi oggi si colloca tra i 30 e i 40 anni. Di chi si trova ancora a sentirsi stropicciato in ruoli spesso calpestati da gente più giovane, o mai del tutto realizzato. Con STRAPPARE LUNGO I BORDI, l’arte del fumetto di Zerocalcare diventa serie TV Netflix. Breve, ma intensa. Sarebbe da riguardare ogni singola scena, un po’ come ogni singola tavola.

A cominciare dai momenti in cui a entrare in scena è lui: grosso, ingombrante e ovviamente troppo sincero, come solo la coscienza sa essere quando cerchiamo di capire meglio le nostre vite e le scelte che stiamo facendo. Mi riferisco ovviamente all’Armadillo, unico personaggio doppiato da qualcuno che non sia l’autore, nella quasi totalità dei 6 episodi. In questa carrellata di aneddoti, divani che sembrano inghiottire una vita come i draghi sputano fuoco nel trono di Spade, c’è Zerocalcare. Ci sta la sua forza di usare la sua lingua, la sua personalissima realtà. E di raccontarla, disegnata (quindi anche scritta), doppiata e musicata (pezzi meravigliosi) grazie al lavoro di tipo 200 persone.

Raccontare la propria storia qui non è la finzione che, grazie alla forza universalizzante della narrativa come in Wes Anderson, prende il sopravvento. E non è nemmeno l’atto salvifico che permette il riscatto finale, come in MAID e nel suo libro di partenza. Qui c’è un uomo di 37 anni, un artista, che mette in scena la propria visione del mondo di fronte allo sconforto della perdita. Al senso di responsabilità, all’amicizia, ai non-detti, agli anni che passano e a noi che ancora cerchiamo di capire che tratteggio dare alle nostre vite. Una forma, fosse anche quella delle parole, può essere utile.

Come si fa a raccontare la propria storia?

Forse più che chiederci come si fa a raccontare la propria storia, ci dovremmo chiedere perché si può scegliere di mettersi a nudo. Oppure di trasmettere anche solo una piccola narrazione di sé, proiettandola su una pagina, o magari su uno schermo. Confezionandola a parole e immagini e recapitandola all’altro, o agli altri, come gesto terapeutico. Come espressione del mondo che abbiamo dentro. Come mestiere del vivere, che tanta fatica ancora facciamo a comprendere.

Se avessi anche io un Armadillo, al posto della Lince, probabilmente a questo punto mi direbbe che il sabato pomeriggio si fanno le pulizie e che non posso restare attaccata al computer anche oggi, fingendo di scrivere cose interessanti solo per avere un momento l’attenzione dei famigerati 40 lettori. Ma se non siamo qui per creare la nostra personalissima storia, allora cosa ci stiamo a fare? E se per capire lungo quali bordi è bene strappare la carta che ci compone, scrivere di noi ci aiuta… perché non provare?

Ci deve essere una sottile linea rossa che divide l’eserciziodistile-virtuosismo-narcisismo dal piacere (e dal bisogno reale) di raccontare la propria storia. Probabilmente c’è ed è cosa sana renderla visibile, se non agli occhi degli altri, almeno ai nostri. Scrivere, disegnarsi, raccontarsi può fare un gran bene. A volte a noi stessi, e magari un po’ anche agli altri.

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