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copywriter in cerca di storie luminose

I primi tre libri della Storia d'Italia, di Indro Montanelli

LA STORIA di Indro Montanelli

Scrivere in modo chiaro e per tutti: se c’è qualcosa che LA STORIA di Indro Montanelli insegna è proprio questo. C’è sempre un modo per arrivare agli altri con la scrittura e, se si è bravi, si riesce a rendere interessante anche un argomento a detta di molti “noioso“. Anzi no: oggi non diremmo “interessante“, ma “accattivante“. Perché le cose ormai o hanno il potere di catturare anche il più svogliato e distratto dei lettori, o non hanno ragione d’essere messe online.

Chissà cosa ne penserebbe Montanelli, che per avere scritto dodici volumi dedicati alla Storia d’Italia venne additato, accusato, messo al muro e probabilmente anche ridicolizzato. Leggere LA STORIA di Indro Montanelli o, per essere precisi LA STORIA D’ITALIA, equivale a togliersi lo sfizio. Quel guilty pleasure, sempre come preferiremmo dire oggi, di scoprire cosa contengono quei libroni collezionati con Il Corriere e messi in bella mostra nel soggiorno di famiglia. Penso che per molti, la sensazione aprendo questi libri sia stata così. Rompere il tabù di polvere e arredamento, per spostare l’oggetto libro dalla sfera della suppellettile decorativa, al suo legittimo regno. Quello delle storie da raccontare.

Estate 2021: finalmente, dopo mesi di attesa, rompo l’idillio dello scaffale e mi decido ad aprire il primo volume. Anzi, l’esatto opposto… tentenno. “Da dove si comincia?” LA STORIA di Indro Montanelli va letta dal Crollo dell’Impero Romano d’Occidente, oppure dalla nascita della civiltà greca? Tra una rovina e un ingresso nella cronologia del mondo, ho preferito il secondo. STORIA DEI GRECI, poi STORIA DI ROMA e infine il primo volume di STORIA D’ITALIA. Sono sopravvissuta alla lettura allegramente e senza troppi danni collaterali. Eccezion fatta per uno, lo stesso tarlo che a distanza di settimane mi sprona a scrivere: “Come diamine ha fatto?!”

Il primo volume di LA STORIA D'ITALIA, accompagnato da LA STORIA DEI GRECI e da LA STORIA DI ROMA

Già… come diamine ha fatto Montanelli a entrare nel vivo di un’infinità di mondi, vite e uomini, letteralmente un secolo dopo l’altro e a rendere tutto così terribilmente irresistibile? Quando di mestiere scrivi, ma non fai lo scrittore nel senso comune del termine, ti tocca piegare la scrittura un po’ a tutto. Argomenti che normalmente t’interessano, come questioni di cui tendenzialmente faresti volentieri a meno. Oppure – e questo forse è ancora più difficile – ti tocca scrivere di ambiti che muori dalla voglia di approfondire, ma lo devi fare mantenendo una forma diversa da quella che vorresti poter scegliere tu. E questo perché non stai scrivendo per passatempo, né per indirizzare una lettera a te stesso. Lo fai perché devi e devi scrivere qualcosa che interessa al cliente, in un modo che possa attirare l’attenzione del suo cliente.

Ecco perché penso che leggere LA STORIA di Indro Montanelli sia una grande lezione per chi ha scelto il mestiere di scrivere. Montanelli, da grande penna qual era, prima di mettersi a scrivere la sua Storia d’Italia, si deve essere fermato per chiedersi: perché? E soprattutto: per chi? Avrebbe scritto alla massa, a quell’Italia degli anni Cinquanta che bramava una cultura. Il mondo era cambiato, nuove opportunità si stavano schiudendo per la nascente classe media, ma ecco che alla massa mancava ciò che l’élite aveva sempre avuto: la conoscenza, da cui la consapevolezza, delle proprie radici.

LA STORIA, di Indro Montanelli

Non credo sia un discorso di prese di posizione partitiche. Anche se, a ben vedere, il tanto vituperato Montanelli scrivendo questa Storia d’Italia fece il gesto più “di sinistra” e democratico che gli si potesse chiedere. Dare, cioè, gli strumenti alla massa per conoscere se stessa. La propria identità, il proprio percorso attraverso i secoli. Sapeva che, per farlo nel modo giusto, avrebbe dovuto infrangere più di un tabù. Avrebbe cioè dovuto rendere accessibile ai molti qualcosa di accademico. Togliere l’appannaggio esclusivo della Storia con la esse maiuscola ai salotti buoni degli eruditi. E ci riuscì.

Senza far troppo spoiler – oggi diremmo così, ma riferito all’ambito storico fa davvero molto ridere – ecco perché amo quest’opera. E perché spero di riuscire presto a leggere anche il resto dei volumi. Perché ha carattere. Il carattere semplice e schietto di chi più che sui quando, si sofferma sui chi e sui perché. Dà un volto alle persone del passato, che improvvisamente smettono di essere meri personaggi di cronache vuote, asettiche. Oltre il susseguirsi di date e battaglie, verso l’aneddoto e l’estremo piacere di raccontarlo. Il segreto de LA STORIA di Indro Montanelli, così come l’ingrediente magico della scrittura ben riuscita, sta tutto qui: entrare nella testa del lettore e scrivere di conseguenza. Semplice, ma non troppo.

il racconto dell'ancella

IL RACCONTO DELL’ANCELLA, una scrittura di silenzio

Conoscevo la fama di Margaret Atwood, scrittrice canadese autrice del romanzo IL RACCONTO DELL’ANCELLA. E conoscevo June, la protagonista dell’acclamata serie THE HANDMAID’S TALE. Quello che mi mancava era dare un nome allo stile e alle caratteristiche proprie della scrittura di questa storia. Capire, anche, come la serie si fosse sviluppata dal testo di partenza. E, lo confesso, avevo una gran voglia di scoprire da vicino il talento narrativo della Atwood, di cui purtroppo mi mancava esperienza diretta. Così, mi sono decisa a leggere il libro.

margaret atwood il racconto dell'ancella

Ed è stato davvero come trovarmi coinvolta in una battaglia per dare, di nuovo, un nome alle cose. Il loro giusto nome, quello che dovremmo ricordare sempre, che non dovrebbe mai andare perso nei meandri della mente, o della Storia. IL RACCONTO DELL’ANCELLA è un romanzo che riecheggia di nomi diversi, mutati per ordine del regime fondamentalista cristiano che ha preso il sopravvento. Le stesse persone ed i loro ruoli hanno dovuto assumere denominazioni altre da quelle in uso nel passato: etichette appioppate ad arte dal regime. Nomi propri di persona caduti, dimenticati, brutalmente rimossi e cancellati… se non nella memoria di chi resta vigile. Di chi “non dimentica”.

Nomi possibili da pronunciare solo in bisbigli e nel silenzio acuto dei propri pensieri. Questo aspetto emerge in modo molto chiaro anche dalla serie TV, che per parecchi versi ho trovato rispecchiare ed approfondire lo spirito del romanzo. Certo, arrivo tardi a scegliere di scrivere di questo libro. Sono consapevole che ne abbiano, a più riprese, già parlato in molti. Eppure, sono convinta che i tempi delle stagioni delle serie TV (questo weekend siamo tutti catturati da LA CASA DI CARTA, giusto?!), come quelli dei social, vivano vite brevi. I libri, un po’ come il cinema d’autore, invece restano.

una citazione dal libro Il racconto dell'ancella

La storia di IL RACCONTO DELL’ANCELLA, data alle stampe nel 1985, ha stregato il mondo per ben tre decenni prima di diventare anche una serie TV. Era uno di quei libri cult, sempre presenti nelle liste di collettivi e gruppi femministi. E, nonostante magari non si trovasse in cima alle classifiche di lettura, restava eternamente consigliato da donna a donna, finendo in migliaia di wishlist. Certo, c’è anche un’ormai datata trasposizione cinematografica – che non ho visto – ma credo sia sempre stata la bellezza folgorante della storia a fare breccia. La trama, i personaggi e l’indomita penna di Margaret Atwood: elementi perfetti per una scrittura di solitudine.

Mi correggo: non so se la Atwood – che sono estremamente grata di aver letto e che non vedo l’ora di ritrovare, magari proprio nel sequel I TESTAMENTI – abbia scritto questo romanzo in una condizione di solitudine. Pare che l’idea di sviluppare la storia di IL RACCONTO DELL’ANCELLA le sia venuta nella primavera dell’84, quando ancora viveva a Berlino Ovest. E che poi l’abbia portata a termine in Alabama, dove si era trasferita per insegnare. Credo però che ci voglia bravura, una bravura enorme, per dare voce ad una storia unicamente tramite il racconto interiore della protagonista. Un personaggio silenziato, spesso costretto a tacere e a dosare con estrema cura le parole per esprimersi in pubblico. Rinunciando invece totalmente a quelle in forma scritta: nella storia narrata, alla quasi totalità delle donne è proibito sia leggere che scrivere. Già questo mi avrebbe data per spacciata!

citazione-atwood-raccontare

È quindi June – che ora si chiama Offred, in onore del Comandante che deve servire – a srotolare per noi la matassa della realtà. I nostri occhi vedono, perché lei osserva e racconta. Le nostre orecchie sentono, perché June ascolta e racconta. Racconta a sé stessa, in sostanza, e noi lettori diventiamo parte del suo monologo. Di questo avvincente dialogo interiore in cui ci ritroviamo subito avvinti, in attesa di capire meglio come funziona il suo mondo. Un mondo distopico, brutale, in cui le persone hanno compiti precisi stabiliti e normati da un regime teocratico, dove la libertà di culto è stata soppressa.

Noi, lettori incollati alle pagine del romanzo IL RACCONTO DELL’ANCELLA, esistiamo solo attraverso le sue parole. Un po’ come June può esistere solo ostinandosi a salvare la memoria della propria identità. O come allo stesso tempo Offred (Difred, in altre traduzioni) esiste solo con funzione riproduttiva per il suo Commander. Ecco perché è importante continuare a raccontare. A fare passare un messaggio, non per forza di speranza, ma a tutti gli effetti di resistenza dell’essere umano che lotta per restare tale. E l’unico modo per farlo è intavolare con sé stessi un racconto silenzioso che, a torto o a ragione, mi piace chiamare scrittura di solitudine.

June ricorda il suo nome nel romanzo Il racconto dell'ancella

A distanza di 36 anni dalla prima pubblicazione, il successo di ben quattro stagioni con l’iconica Elizabeth Moss e chissà quante altre occasioni di adattamento, IL RACCONTO DELL’ANCELLA resta un capolavoro. Indiscusso, per la trama, la caratterizzazione dei personaggi, i dettagli che prendono vita e il caleidoscopio degli stati d’animo che popolano il romanzo. Un capolavoro sulla libertà di dare il giusto nome a cose e persone. Una storia forte, raccontata da una scrittura altrettanto forte: a metà tra la pugnalata e la continua epifania. Una limpida, distopica e coraggiosa scrittura di silenzio.

LUX AB ORIENTE, fabula fantastica septima di Innocenzo Bona

LUX AB ORIENTE, la settima fabula di Enzo Bona

Perché “LUX AB ORIENTE”? Perché la fabula fantastica septima del Magister Innocenzo Bona è un inno alla conoscenza. Un libricino che si legge in poco tempo e che silenziosamente esorta alla comprensione: degli altri, dei tempi lontani e dell’oggetto più difficile di ogni ricerca. La propria, intima realtà.

Lettura in Valle Camonica, di romanzo storico su Valle Camonica

Enzo Bona – botanico, camuno di nascita e uomo di grande curiosità culturale – ci ha regalato un’altra fabula. Un breve romanzo storico il cui protagonista è un se stesso di qualche secolo fa. Prima di parlare della vicenda narrata e del perché valga la pena leggerla, ci tengo a sottolineare il verbo “regalato”. Sì, perché questi testi di narrativa storica, il Magister Enzo Bona non li scrive per il mercato, ma per gli amici. E, probabilmente, anche per dare uno sfogo salutare alle sue peregrinazioni botaniche, storiche e letterarie.

I libri hanno questo meraviglioso potere. Trovano sempre il modo di arrivare al lettore, anche percorrendo le vie più impensate. Un po’ come il protagonista della serie che quest’autore della Valle Camonica ha saputo creare. Anno dopo anno, il Magister, con la sua passione per la ricerca della verità, grazie all’aiuto delle specie botaniche di mezza Europa, risolve intrighi e misteri. In quest’episodio, Innocenzo parte per un lungo viaggio a più tappe, ognuna dettata da uno scopo. A cominciare dall’epidemia di colera cui gli è chiesto, grazie alle sue competenze mediche e scientifiche, di porre rimedio. È il 1538 e siamo a Buda, durante una pausa del conflitto con Pest. A fronteggiarsi, non sono solo le due rive del Danubio, ma due civiltà separate.

LUX AB ORIENTE, la settima fabula di Enzo Bona

Lo scontro tra gli uomini è, momentaneamente, sospeso. Urge prima trovare rimedio al misterioso insinuarsi della malattia, che miete vittime senza distinzione di credo religioso. Da dove arriverà la salvezza? LUX AB ORIENTE, la soluzione sta tutta qui. La luce della conoscenza arriverà da chi saprà guardare oltre le divisioni, gettando lo sguardo là dove sorge il sole del sapere.

Il racconto – non riesco a decidermi se è più un racconto lungo o un romanzo breve – procede attraverso lo spazio. Le strade infangate del tardo autunno ci portano verso altre città e nuovi enigmi da risolvere. Il Magister dovrà far fronte ai capricci degli uomini, ma anche al loro tentativo di mettere in salvo una cultura condivisa, in grado di travalicare Alpi, fiumi, eserciti. Il compito più feroce e complesso si svolgerà però nella terra natìa, quando al ritorno da ogni viaggio si compirà il mistero più grande. Quello dell’introspezione profonda, del cercare la luce tra i meandri della propria coscienza. E qui è il sottotitolo a venirci incontro: quel “Nel silenzio rifletto”, che offre molto più di una sola chiave di lettura.

Leggere al Lago Moro

LUX AB ORIENTE è un libro breve, scritto da un autore camuno, forse anche per presentare la Valle Camonica di secoli fa. Le sue ricchezze in termini di scuole e studi. Qualcosa che ora, da non addetti ai lavori, non saremmo in grado di sospettare. Qualcosa che vale la pena lasciare investigare oltre al lettore fortunato, al quale Enzo Bona vorrà far dono di una copia del libro. Nel caso, perché essergliene grati? Perché chi scrive una storia destinata agli amici, indirizza una lettera a cuore aperto anche a se stesso e alla propria terra. E perché la conoscenza è, da sempre, lo strumento attraverso il quale sconfiggere malattie, gettare ponti oltre le avverse correnti ed aprire lo scrigno che ospita i nostri pensieri più reconditi. LUX AB ORIENTE: grazie Enzo Bona, è nel silenzio della lettura che trova casa la riflessione più feconda.

La settima fabula fantastica di Enzo Bona
raccontare la propria storia, come Zerocalcare

Raccontare la propria storia

Perché scrivere di sé

Quante buone ragioni esistono per raccontare la propria storia, per scrivere di sé? A volte penso che siano troppe, altre troppo poche. I social in generale, le storie di Instagram, il quarto d’ora di celebrità… Eppure, uscendo per 15 secondi dalla modalità personal branding (che ha un suo fascino, e anche una sua importanza), ci sono ancora delle ottime ragioni per provare a raccontare la propria storia. Durante l’ultima settimana, per fare pausa tra i testi per un sito e un piano editoriale e l’altro, tornavo con la mente a tre prodotti narrativi che mi hanno particolarmente colpita.

Non libri, anche se presto tornerò a scriverne, ma film e serie TV. Uno poi mi chiede quando ho tempo per leggere, andare al cinema, se non sono stanca di stare al computer dopo averci passato una giornata di lavoro. Ehm, sì, la stanchezza fa parte del gioco. La fame di storie, però, spesso è più forte. E poi credo che mi stancherei di più a lavorare in miniera, ma della mia storia magari scrivo un’altra volta. Dicevo: tra un caffè e l’altro spiluccavo articoli e video su YouTube per capire meglio tre prodotti culturali che negli ultimi giorni in particolare hanno catturato la mia attenzione.

MAID, l’acclamata serie TV Netflix, The French Dispatch, ultima fatica di Wes Anderson di cui stanno parlando tutti e Strappare lungo i bordi (sì, anche di Zerocalcare stanno parlando tutti). Mi sarebbe piaciuto capire il come e il perché di ogni singola scena, trama, descrizione di personaggio. Ma le pause caffè non sono infinite e arrivata al sabato pomeriggio, mi si è accesa una specie di lampadina. In fondo, tutti e tre, non mettono in qualche modo al centro la narrazione autobiografica? Non fanno degli sforzi narrativi incredibili per raccontare (anche) la propria storia? Provo a tenere accesa questa lampadina per qualche minuto. Se non avete ancora visto niente di questi tormentoni del momento, chiudete gli occhi (oppure guardate solo le immagini, che da sole fanno poco spoiler). Grazie.

articolo del New Yorker su MAID, serie TV Netflix
Un articolo su Margaret Qualley, attrice protagonista della serie MAID

MAID, raccontare la propria storia, per salvarsi

“MAID”, Netflix: partiamo da qui. Mannaggia a me che ho preso pochi appunti su questa serie TV! Ma come si fa a scrivere e a segnarsi le cose, quando si è così presi da una narrazione? MAID è una storia di violenza domestica, abusi di genere, disturbi bipolari, figure professionali poco retribuite, riscatto sociale. E già così funzionerebbe, di suo. Funziona ancora meglio grazie allo sguardo magnetico della Qualley, che oltre a pulire le case degli altri più o meno devastate dalle rispettive vite, ne appunta i dettagli, ricostruendo le vicende di chi le abita, in modo più o meno simile a come lei sta cercando di ricostruire la propria vita. La protagonista si chiama Alex, e già qui appunto, funziona alla grande. Ciò che rende ancora più speciale questa storia però, è la forza salvifica della scrittura.

Se Alex si salva, è per tante ragioni e anche per tante persone che capiscono il suo talento e i suoi bisogni. E lo fanno proprio grazie al racconto della sua esperienza come domestica e a quel quadernetto scalcagnato su cui lei si esercita, casa dopo casa, passata di Dyson dopo passata di Dyson, a scrivere le storie degli altri. Così facendo, di fatto lei non solo racconta quel frangente (disperato) della propria vita, ma la rimette in ordine. Capisce che vuole imparare a scrivere meglio – perché è portata – e decide di andare al college. Alex è anche e soprattutto una madre, che in quel momento sceglie di riprendere in mano la propria esistenza e quella della figlia di tre anni, basandola su una cosa tanto effimera quanto potente: la parola scritta.

La crescita personale della protagonista, il suo passare attraverso il PTSD da violenza emotiva e l’arrivare finalmente a dargli un nome, sono storie di vita vissuta. La serie Netflix è infatti tratta dal libro della MAID originale. Un best-seller che negli States ha avuto un successo fulminante (pare fosse anche nella Summer reading list di Obama) e che l’ha resa un’autrice affermata. A volte scrivere di sé fa bene e raccontare la propria storia assume un potere catartico. Cosa succede invece quando oltre, a chi siamo, raccontiamo la nostalgia?

qualche appunto e il biglietto del cinema di The French Dispatch
“il languore della nostalgia” suonava troppo bene per non scriverlo

Wes Anderson e la nostalgia della vita

Impossibile guardare un film di Wes Anderson e non dire niente. THE FRENCH DISPATCH sta dividendo il pubblico dei fan di Wes e sta creando due scuole di pensiero nella platea in generale. Anderson ha fatto un film solo per sbattere in faccia a tutti quanto è bravo? Trattasi dell’ennesima collezione di miniature da presepio vivente? E poi questa cosa che ti s’insinua dritta al cuore: “The French Dispatch è una lettera d’amore al giornalismo e ai giornalisti.”

Pare non sia del tutto così. Però sì, di giornalismo – quello bello, long-format, intenso e privo della vergogna di esprimersi liberamente – questo film parla davvero. E lo stesso Wes Anderson ha confessato (ce lo si poteva anche immaginare, vero Wes?!) d’essere un appassionato lettore e collezionista del New Yorker, pubblicazione alla quale l’opera s’ispira. Sì, ma… è un film vero con una storia da raccontare, una trama sua, oppure è semplicemente una carrellata di virtuosismi messi in scena da un egocentrico innamorato dei propri esercizi di stile? E qui il pubblico si divide: i popcorn in una mano, la mannaia nell’altra, perché ormai i dibattiti o si fanno accesi, o di questi tempi sembra di non avere un’opinione.

Forse siamo noi, sempre, il problema, perché le generazioni passano e le reference con il tempo si perdono; oppure perché in questo periodo surreale, ci basta l’assurdità del mondo reale. Però, anche qui, c’è tanto Wes. Come scrive Rolling Stone, c’è il genio (che puoi trovare ovunque, se quello è il tuo modo di guardare il mondo) e c’è il grande interrogativo su cosa sia l’arte e sul ruolo dell’artista. E soprattutto, c’è la speranza che là fuori ci sia ancora un editore – oppure un regista – pronto a dare spazio a chi cerca il bello e la meraviglia. Alle storie e a chi ha l’attitudine a narrarle. Grazie Wes: a tuo modo c’hai raccontato meglio anche un pezzetto di te e della tua nostalgia compulsiva. E di una generazione, quella innamorata del giornalismo lungo, lento, da gustarsi la domenica in panciolle, che sta scomparendo.

Il video di Zerocalcare su Strappare lungo i bordi
Non tutti i freelance vengono inghiottiti dal divano; la maggior parte però, sì.

Zerocalcare, raccontare una generazione

A proposito di generazione, veniamo all’ultimo pezzo forte di questo (mio) pezzo sconclusionato. Cercavo di ragionare sulle diverse modalità e motivazioni legate all’atto del raccontare la propria storia. E là fuori c’è chi è riuscito in un compito molto arduo: attraverso il racconto del sé, dei propri ricordi e dei dettagli intimi e veri, rendere giustizia al racconto di un intero mondo. Quello di chi oggi si colloca tra i 30 e i 40 anni. Di chi si trova ancora a sentirsi stropicciato in ruoli spesso calpestati da gente più giovane, o mai del tutto realizzato. Con STRAPPARE LUNGO I BORDI, l’arte del fumetto di Zerocalcare diventa serie TV Netflix. Breve, ma intensa. Sarebbe da riguardare ogni singola scena, un po’ come ogni singola tavola.

A cominciare dai momenti in cui a entrare in scena è lui: grosso, ingombrante e ovviamente troppo sincero, come solo la coscienza sa essere quando cerchiamo di capire meglio le nostre vite e le scelte che stiamo facendo. Mi riferisco ovviamente all’Armadillo, unico personaggio doppiato da qualcuno che non sia l’autore, nella quasi totalità dei 6 episodi. In questa carrellata di aneddoti, divani che sembrano inghiottire una vita come i draghi sputano fuoco nel trono di Spade, c’è Zerocalcare. Ci sta la sua forza di usare la sua lingua, la sua personalissima realtà. E di raccontarla, disegnata (quindi anche scritta), doppiata e musicata (pezzi meravigliosi) grazie al lavoro di tipo 200 persone.

Raccontare la propria storia qui non è la finzione che, grazie alla forza universalizzante della narrativa come in Wes Anderson, prende il sopravvento. E non è nemmeno l’atto salvifico che permette il riscatto finale, come in MAID e nel suo libro di partenza. Qui c’è un uomo di 37 anni, un artista, che mette in scena la propria visione del mondo di fronte allo sconforto della perdita. Al senso di responsabilità, all’amicizia, ai non-detti, agli anni che passano e a noi che ancora cerchiamo di capire che tratteggio dare alle nostre vite. Una forma, fosse anche quella delle parole, può essere utile.

Come si fa a raccontare la propria storia?

Forse più che chiederci come si fa a raccontare la propria storia, ci dovremmo chiedere perché si può scegliere di mettersi a nudo. Oppure di trasmettere anche solo una piccola narrazione di sé, proiettandola su una pagina, o magari su uno schermo. Confezionandola a parole e immagini e recapitandola all’altro, o agli altri, come gesto terapeutico. Come espressione del mondo che abbiamo dentro. Come mestiere del vivere, che tanta fatica ancora facciamo a comprendere.

Se avessi anche io un Armadillo, al posto della Lince, probabilmente a questo punto mi direbbe che il sabato pomeriggio si fanno le pulizie e che non posso restare attaccata al computer anche oggi, fingendo di scrivere cose interessanti solo per avere un momento l’attenzione dei famigerati 40 lettori. Ma se non siamo qui per creare la nostra personalissima storia, allora cosa ci stiamo a fare? E se per capire lungo quali bordi è bene strappare la carta che ci compone, scrivere di noi ci aiuta… perché non provare?

Ci deve essere una sottile linea rossa che divide l’eserciziodistile-virtuosismo-narcisismo dal piacere (e dal bisogno reale) di raccontare la propria storia. Probabilmente c’è ed è cosa sana renderla visibile, se non agli occhi degli altri, almeno ai nostri. Scrivere, disegnarsi, raccontarsi può fare un gran bene. A volte a noi stessi, e magari un po’ anche agli altri.

domenica di una copywriter di Brescia che ama scrivere di città

Scrivere di città: Reggio Emilia, vista da fuori

Esiste un vademecum, una guida per copywriter bresciani infreddoliti che desiderano raccontare un altro luogo, scrivere di città? In questo momento esiste solo la pioggerella umida di un’umidissima domenica mattina. E il mio riflesso, perso in un gioco di luci ed ombre, sulla porta d’ingresso del teatro. Dentro, una donna passa e ripassa l’aspirapolvere. Da fuori non capisco bene se sotto ai suoi piedi ci siano ricchi tappeti, o pavimenti in legno calpestati dal tempo. M’immagino le peste di centinaia, migliaia di spettatori. Di quelli che arrivano sempre tardi e si dimenticano di spegnere il telefono. Di quelli che all’ultimo passaggio di aspirapolvere sono già lì, pronti per godersi lo spettacolo. Ma oggi è domenica, è mattina, fa freddo e non si accettano visite. Nessuno di noi ha pensato a prenotare, perché stiamo improvvisando.

scrivere di città, la bellezza di trovarsi riflessi
Scrivere di città è restare incantati di fronte ai riflessi del tempo.

Siamo arrivati a Reggio Emilia ieri, dopo la sveglia in Valle Camonica, prima dell’alba. Gli altri sono ripartiti per arrampicare e io mi sono infilata in hotel. Ho acceso il computer, alzato il riscaldamento della stanza, riordinato la mente e ho dimenticato tutto il resto. Avevo un documento di lavoro da assemblare e mi serviva la giusta concentrazione. Mi sono detta che avrei visto la città il giorno dopo. Così ora è domenica mattina e il vetro specchiato riflette la mia gioia. Si può essere felici anche in una domenica di novembre, davanti ad una porta che non si apre. Del resto, anche stando fuori si può percepire meraviglia.

Raccontare luoghi diversi dal proprio, scrivere di città, credo sia un desiderio antico. Forse al pari di scoprirla la città, quando è ancora insonnolita, infreddolita e rannicchiata sotto le coperte, in attesa della colazione o di un’improvvisa redenzione. Oppure quando è sveglia senza esser vigile, allegra e cordiale, accoccolata su divanetti in pelle e vecchie poltrone. In un bar che si affaccia su una piazza come in estate le case padronali si affacciano sui cortili. Sorseggi un aperitivo sotto a un soffitto affrescato, inciampi con lo sguardo tra gli scaffali della libreria e scivoli leggera lungo il pavimento in cotto.

Ti chiedi, tu che ami scegliere le parole per la scrittura, se esista un modo coerente di dare giustizia al racconto di una città. Non posso dire di avere conosciuto Reggio Emilia. Al massimo, potrò scrivere d’averla passeggiata, immaginata tra le ombre dei viali la sera, incontrata sotto ai portici nel freddo del mattino. Cercata tra i getti d’acqua di una piazza, osservata come un gattino curioso mentre si pulivano le strade e le vecchiette si affrettavano alla messa. Ho sbirciato la luce spiovere dai suoi tetti, il chiarore di candele elettriche accompagnare i tabernacoli, gli eterni piccioni cercare, volando, le ardite meridiane.

Una città italiana, non troppo grande e non troppo piccola, accoccolata nel tepore degli appartamenti, dietro a portoni che restano chiusi. Abbiamo trovato la Storia al Museo del Tricolore. Una chicca, una capriola all’indietro nel tempo, la conferma che i capoluoghi d’Italia hanno il privilegio di riservare sempre qualcosa da fare. Anche se il tempo fuori non consola e la domenica mattina accarezza piano il cuscino. La bandiera d’Italia ha una sala in cui è stata proclamata vessillo di un Paese ancora tutto da inventare.

Sotto il grande lampadario che scende dal soffitto, tra loggiati in legno che rispecchiano la grande tradizione teatrale di questi luoghi, qui si fa ancora Consiglio. È l’edificio comunale, è la Storia che esce dal museo per incontrare il presente. Mazzini, Garibaldi, la Repubblica Cisalpina, la Repubblica Cispadana. E sempre il tricolore che timidamente si affaccia sulla Storia e comincia a sventolare. Si fa simbolo, portatore sano di un sogno, racconto in stoffa palpabile tessuta con le speranze di un popolo.

Come si fa a scrivere di una città, quando la passeggi mentre questa si risveglia? Si rianima, sbadiglia e prende a danzare ad un ritmo che tu, figlia di Alpi e di routine lombarde, proprio non conosci. Ripensi al lambrusco della sera prima e ora vorresti davvero il tuo cartoccio di popcorn. Per accompagnare lo spettacolo più bello, quello che si gioca in esterno: fuori dall’orario di visita e dal trambusto del mondo che gira. Fuori dagli alberghi e dai caselli autostradali. Fuori dalle corse dei treni, dalle taverne che si affollano e dagli scontrini che si battono. Calpestando le stesse strade, le stesse vie e fermandoti di fronte alle stesse facciate che ancora e sempre raccontano e rendono vive le piccole, grandi città italiane.

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