copywriter in cerca di storie luminose

Autore: Lincediseta Pagina 2 di 4

LINCEDISETA, di Sandra Simonetti: copywriter freelance in Valle Camonica e in provincia di Brescia. Comunicazione, scrittura, traduzioni, social media, ufficio stampa.

Il lato oscuro dei social in CLICKBAIT

Per chi ama parlare del lato oscuro dei social media, la serie Netflix CLICKBAIT riserva interessanti sorprese. O forse no. C’è chi la critica, chi la ritiene poco originale o semplicemente in ritardo sui tempi. Eppure, parlare di catfishing, il fenomeno dell’adescare qualcuno online tramite un’identità fake, è sempre attuale.

Come già per i blog post su STRANGER THINGS e su SQUID GAME, anche in questo caso sconsiglio di proseguire nella lettura se non avete ancora visto la serie TV. Farò un po’ di spoiler su trama, personaggi e soprattutto tematiche. Dopo essere rimasta col fiato sospeso fino al finale di stagione, penso che per chi come me si occupa di comunicazione sia interessante provare a scriverci sopra qualcosa.

Il lato oscuro dei social media e la serie Netflix CLICKBAIT.
il lato oscuro dei social in Clickbait

Dal punto di vista narrativo, guardare CLICKBAIT non è solo sentirsi immersi nel lato oscuro dei social. Si tratta anche di provare davvero ad immedesimarsi con i personaggi. Questo è possibile non solo perché la domanda sorge spontanea: e se capitasse a me? Se rubassero i miei di dati personali per creare un profilo fake su una app di online dating? L’empatia con le vittime della serie thriller scatta anche grazie alla scelta narrativa di cambiare continuamente il punto di vista. Così facendo, ogni personaggio è legittimato a raccontare la storia attraverso i propri occhi. In pratica, il dipanarsi del giallo è reso possibile grazie ad un attento e continuo passaggio di testimone. Forse nulla di realmente nuovo, ma funziona bene.

Con lato oscuro dei social media, s’intende qui ciò che il mondo social può comportare anche nella vita reale. Gli errori commessi online, che all’apparenza possono sembrare soltanto un gioco, assumono tinte inquietanti nel momento in cui impattano sulla realtà delle nostre vite. Vale la pena guardare CLICKBAIT in lingua originale, anche per cogliere le diverse sfumature comunicative, a cominciare appunto da quelle linguistiche. L’inglese colloquiale usa parecchi acronimi e molti di questi sono arrivati a noi proprio tramite l’uso intensivo dei social.

Il catfishing ci porta a ragionare di furto d'identità
il catfishing e il furto d’identità

Tra questi acronimi in particolare, IRL è forse quello più evocativo in tutta la serie. In Real Life risulta essere qui sia un augurio che un’opzione non più trascurabile. Dobbiamo incontrarci nella vita reale, parlare a tu per tu. Non solo via messaggio, non in call e non unicamente sui social. Già da esseri umani siamo bravi ad ingannarci anche in presenza, figuriamoci poi tramite app.

Forse non suona bene detto da una copywriter di Brescia e provincia che lavora anche con i social media. Ma il rischio di farci un’idea della realtà e soprattutto delle persone diversa da quella effettiva è concreto. Certo, da questo punto di vista CLICKBAIT non aggiunge niente di nuovo. La trama e soprattutto gli sviluppi della serie Netflix ci aiutano però a comprendere meglio come spesso ci vogliamo lasciare ingannare. E così facendo, cadiamo vittime di noi stessi e della nostra fervida ma non sempre sana immaginazione.

una bruttissima foto del mio mouse mentre fa click

A cosa è imputabile l’omicidio di Nick Brewer? Perché tutti diventano matti a cercare di rintracciarne il corpo dopo che il video con la sua confessione è diventato virale? Forse la risposta (titolo dell’ultimo episodio) non sta in una persona. La spiazzante rivelazione del finale non è tanto chi ha effettivamente commesso il crimine, ma perché. E qui entra in gioco la protagonista nascosta di questo cosiddetto “lato oscuro” dei social media. La noia.

CLICKBAIT si gioca sui social a livello di interazione, di piste da seguire, di furto d’identità. Ma soprattutto ci racconta di persone che per noia sono disposte ad indossare i panni di qualcun altro. Per uscire dai meccanismi delle proprie noiose vite e sentirsi capaci di nuove conquiste. Questa ricerca spasmodica di attenzione, questa fame di sentirsi al centro e sotto i riflettori ha però un prezzo molto alto. CLICKBAIT forse non la dovrebbero guardare gli “addetti ai lavori” del mondo digitale. Andrebbe vista da chi crede s’illude che i social non abbiano conseguenze reali sulla vita reale, la nostra.

Raccontare una città: Milano, tra parentesi

Milano da bere, diceva una (bellissima) pubblicità dell’Amaro Ramazzotti: un modo molto ben riuscito di raccontare una città. Forse proprio perché Milano è tante cose che non mi appartengono e che negli anni ho imparato a riconoscere come distanti, tornare in questa città anche solo per un giorno mi è difficile da sintetizzare. 

Milano è di fatto difficile da raccontare. Sfugge ad una definizione un po’ come certe città di Italo Calvino. La osservi, la attraversi, lei a sua volta ti osserva e ti attraversa. Ma chi coglie che cosa? Sabato sono tornata in questo capoluogo delle meraviglie dopo tanto, troppo tempo. Ci sono luoghi che più ci respingono, più dovremmo imparare a percorrere, se non altro per il piacere di metterci allo specchio con il racconto dei nostri contrasti interiori. 

Questa volta, dopo un tragitto in autostrada dai mille lavori in corso e un giornaliero della metro caro al pari di un ingresso a museo, voglio correre il rischio di scriverne, di raccontare una città. Milano forse non è più quella metropoli da bere: a me è sembrata una città tra parentesi. Incastonata, oppure incistata, tra due contrafforti analoghi eppure lontani. 

dalla mostra temporanea sull’arte di Mario Sironi

Ovviamente si tratta di una chiave di lettura, di un finto espediente per provare a tenere un diario delle impressioni d’un pomeriggio. Un esercizio di scrittura, più che di stile, giusto per non annoiare la penna della copywriter che a una certa non vuole scrivere solo di brand e di strategie di comunicazione. Milano per me, e per me soltanto, è stata un percorso tra fermate e una fermata tra scorci d’arte. Sottolineo il “per me soltanto” perché nulla di questa narrazione deve sembrare aspirare al collettivo, o all’assoluto. Si tratta in fondo di un diario sconclusionato, con la certezza di essere una parentesi tra due mondi: quello della settimana lavorativa (la mia) e della routine della città del lavoro (la sua). 

Ho scoperto una nuova Milano salendo le rampe del Museo del Novecento. Ho acquartierato nello zaino portato in grembo la vergogna di non averlo mai visitato prima. Una vergogna giustificata a metà dal “tanto c’è sempre, prima o poi passo e me lo guardo”. Una vergogna che nessuna pandemia può stavolta giustificare. E qui, tra una mostra temporanea sul genio un po’ tormentato di Mario Sironi e le esposizioni permanenti, ho trovato la mia parentesi di respiro. Come un inciso nella frase della frenesia dell’ultimo periodo, del continuo storytelling sui social, del rumore di fondo di un’intera città ammassata dietro alle grandi vetrate spioventi di luce. Milano, racchiusa nel racconto del suo Secolo Breve.

Di quel Novecento fattosi ancora più corto per via di quei segni di punteggiatura: la maiuscola all’inizio del percorso del visitatore, il punto di fine periodo al termine della visita. Un museo ampio quanto le grandi tele che ne definiscono il cominciare e ne racchiudono il termine prima di uscire in Piazza Duomo, illuminati di riflesso dalla magnificenza della Storia. 

l’incontro con il Quarto Stato

Pellizza da Volpedo è un buco nella tela. Sono gli occhi fissi di un uomo che avanza. Uno sguardo eterno a corroborare il movimento di una persona, di una folla resa muta, di una classe che scalpita. All’estremo opposto del percorso, il Quarto Stato si rispecchia in Festa Cinese, di Mario Schifano. Dal 1901 al 1968. Una parentesi di Storia appunto. In mezzo, ci sta il racconto per correnti e per immagini di un’intera città, come di un personaggio mai stanco di cercare un nuovo autore con cui calcare il palcoscenico della vita. Questa Milano mi è piaciuta. Mi ha saputo parlare, con tutta la forza prorompente del Futurismo, le speranze infrante e i sogni spenti di Sironi. 

Per raccontare una città, forse allora davvero la dovremmo attraversare senza fretta. Restando sospesi nelle sue parentesi di racconto. Senza saltare le frasi, lasciandosi travolgere dagli incisi di arte, ricordi e memorie del tempo passato. Del tempo su cui poggiano le fondamenta instabili del Presente, su cui passeggiano i fenicotteri rosa dei giardini privati e in cui aleggia quieto il silenzio di ogni Quadrilatero. 

al Museo del Novecento

Sto mischiando i quartieri, i periodi, gli stili architettonici e le tante faune che ancora li popolano. Eppure una città, se non ha questa varietà infinita da offrire sul piatto del racconto, di cosa sfama i suoi visitatori? Restituire una città non è opera facile e con questa parentesi grassa ma scarnamente raccontata, mi è riuscita forse neanche a metà. Raccontare Milano e riuscire a renderne lo spirito eclettico, mai sazio di cambiamenti e giravolte di Storia, è un’arte che ancora mi sfugge. E che forse è giusto continui a sfuggire, al di là di ogni prigione semantica, di ogni parentesi comunicativa. 

La serie Netflix SQUID GAME ha generato profitto

La comunicazione di SQUID GAME

Come funziona la comunicazione di SQUID GAME? Su cosa si basa il successo della tanto acclamata quanto criticata serie TV Netflix? Negli ultimi giorni non si fa che parlare della trama, dei personaggi, degli incassi di SQUID GAME. Si discute del suo effetto sui bambini, degli atti di bullismo legati ad una “libera interpretazione” del Gioco del Calamaro. Ma cosa comunica davvero questa serie?

Dal punto di vista del marketing, SQUID GAME è arrivata al momento giusto: il carico di violenza e di intrigo presente nella narrazione non fa che renderla il piatto perfetto per il merchandising di Halloween. Quindi sotto questo aspetto, la comunicazione di SQUID GAME ha centrato l’obiettivo. Qui con il termine “comunicazione” mi piacerebbe stropicciare il campo semantico della parola, ampliandone un po’ i confini rispetto all’uso comune. Per un attimo, proviamo ad includerci sia gli aspetti di successo in termini di vendite (possiamo parlare di un funnel di SQUID GAME?!), che i meccanismi narrativi. Più che un’analisi però, o una considerazione di carattere etico, cerchiamo di fare un esperimento.

Togliamo per un momento dal piatto gli elementi della serie TV che finora sembrano avere dominato il dibattito: l’impatto delle scene cruente (specialmente su un pubblico giovane) e l’enormità di quelli che un tempo si sarebbero chiamati “ascolti” (e quindi del valore commerciale della serie). Sul primo punto, ribadisco il concetto già espresso altrove: nella vita, principalmente faccio la copywriter in Valle Camonica. Non la psicologa, non l’educatrice. Come osservatrice di prodotti culturali mi limiterò quindi a dire che una piattaforma a pagamento è libera di adottare i criteri ed i gusti narrativi che preferisce mettere sul mercato.

Squid Game e il gioco delle serie TV
SQUID GAME, chi genera profitto?

Sul secondo punto invece, che la serie risulti essere così vista, non significa che sia altrettanto amata. Potrebbe anche trattarsi dell’ennesimo fuoco di paglia, un innamoramento passeggero da parte di un pubblico annoiato. È anche vero però che ad esultare, forse più che Netflix, dovrebbe essere la Corea del Sud. Negli ultimi giorni sono usciti diversi focus interessanti anche su media di prestigio e dal taglio internazionale, dedicati alla spesa pubblica stanziata negli ultimi anni dalla Corea del Sud in termini di soft power. La cultura fa parte della proiezione dell’influenza di un Paese verso i propri vicini (e anche verso Stati ben più lontani). E l’industria cinematografica rientra a pieno titolo nel grande canestro dei soggetti produttori di cultura. Quindi chapeau a Seul!

Ovviamente, il consiglio dato nel pezzo su STRANGER THINGS vale anche qui: se non avete visto la serie, fermatevi ora. Parlare di comunicazione di SQUID GAME ha senso solo dopo averla osservata, masticata e messa a confronto con alcuni trend. Chi invece episodio dopo episodio, dalla bambola gigante al calamaro disegnato per terra, si è sentito parte della trama, magari vittima più o meno consapevole della propria empatia, è invitato a restare e a dire la propria.

Penso che, in soldoni, SQUID GAME a livello narrativo di originale abbia ben poco. C’è il cameratismo limitato e l’ambiguità dell’antitesi vittima-carnefice della Casa di Carta. Si vede chiaramente la lotta in un’arena artificiale senza esclusione di colpi alla Hunger Games. C’è perfino un tocco di prigionia e mistero nella fortezza sull’isola alla Montecristo. Matrix si insinua piano tra un fotogramma e l’altro, tanto da portare al cambiamento di look del personaggio protagonista dopo la fine del gioco. Per non parlare di logge, maschere e lusso un po’ alla Eyes Wide Shut. Buttandolo sull’estetica poi, la fotografia ha molto del videogame (strano?!), i colori pastello delle scale conducono ad un parco divertimenti di continue porte fasulle e di rampe da illusione ottica. E infatti più che avanzare, i giocatori sprofondano. I giochi dipinti alle pareti prima delle ultime due sfide sono l’ennesimo occhiolino al bene addestrato spettatore.

Come funziona la comunicazione di Squid Game?
Come funziona la comunicazione di SQUID GAME?

Resta una cosa però, nella comunicazione di SQUID GAME. E forse non è tanto questione di denuncia sociale, quanto di attenzione internazionale su di un fenomeno magari poco noto. Il debito dei cittadini sudcoreani. La disperazione, lo sconforto. Quelli sono reali, almeno da quanto emerso nelle ultime settimane complice proprio il successo di questa (fortunata?) serie TV. E se quindi una possibile chiave di lettura stesse qui? Non nella mancata giustizia sociale, quanto nella ludopatia.

Tutti i partecipanti al Gioco del Calamaro sono, di fatto, afflitti da ludopatia. Non riescono a smettere di giocare. Giocano con i soldi, con le proprie vite e con le vite altrui. E quando hanno infine smesso di giocare, possono comunque rimanere avvinghiati ai meccanismi perversi del gioco. Una forma molto sottile di dipendenza li lega alla competizione, probabilmente anche nel tentativo estremo di liberarsi di questa. La comunicazione di SQUID GAME, del suo messaggio e delle vicende dei suoi abbastanza stereotipati personaggi forse andrebbe letta anche così.

Il successo planetario di una serie TV asiatica ha il potere di parlare a tutto il mondo, dicendo: “Il vero problema qui dentro non è solo la violenza, intrinseca anche se spesso invisibile nel nostro sistema. È la dipendenza.” E ognuno, la dipendenza, la coltiva e comunica a modo suo. Come nella maggior parte dei giochi, qui nessuno vince davvero. Ed è questo a fare di SQUID GAME una storia forse non originale, ma interessante.

STRANGER THINGS ci fa sentire a casa

Sarà anche strano, ma STRANGER THINGS ci fa sentire a casa. Guardare questa serie a 33 anni significa ammiccare continuamente alla te bambina, o ai bambini che sono stati i tuoi cugini. Un ammiccare legato all’età e al gioco di specchi adottato dalla comunicazione della serie Netflix. O meglio: di una delle serie TV più amate di sempre. Mi sono chiesta che cosa mi risvegliasse dentro questa storia, con le reference agli anni Ottanta e alla filmografia che ha accompagnato almeno i primi Novanta. Mi sono risposta che trama e personaggi, linguaggio, dialoghi e situazioni della storyline in qualche modo mi fanno sentire a casa. In due modi però contemporanei e tra loro opposti. Mi chiedo se valga lo stesso anche per gli altri spettatori nati prima del crollo del Muro di Berlino.

L’infanzia è un posto bellissimo, un luogo un po’ mitico di cui non possiamo ricordare tutto. Un’età incantata sulla cui pellicola restano impresse soltanto alcune scene. La stessa età benedetta che Undi (la protagonista, se STRANGER THINGS ne ha davvero una) ha per così dire vissuto a metà. Mi sento un po’ ridicola a scriverlo, ma ovviamente, se non avete ancora visto la serie Netflix, fermatevi qui. Spoilers ahead guys!

Da nata alla fine degli anni Ottanta, mi è difficile dire di potermi davvero calare nell’atmosfera dell’ultima Guerra Fredda. Mi mancano molte basi effettive, reali, che per ragioni del tutto anagrafiche non riesco a rievocare. Per me è un po’ come riconoscere di avere delle briciole di Hansel e Gretel da raccogliere, per riportarmi indietro a tanto, tanto tempo fa. A quel Sottosopra confuso e un po’ incenerito al quale appartengono i ricordi monchi, sognati, in parte rimossi o semplicemente cancellati.

STRANGER THINGS è anche un inno all'amicizia
scena iconica e mood di STRANGER THINGS

Guardare una serie TV e cercare di entrare nella sua storia (o nella sua genesi) include anche il livello cosciente. Quello della ricerca logica di un senso compiuto ai mille perché ai quali i ricordi offrono solo suggestioni. Attivare questo livello sui se stessi spettatori, a trent’anni passati, è come riconoscere di avere passato la soglia… il Gate, la Porta per un’altra dimensione. La maturità? La mezza età? Il mezzo del cammin di nostra vita è tempestato dei detriti di chi avremmo potuto essere e non siamo stati. E qui ci sono anche tutte le Undici che in parte sappiamo di essere, con o senza capelli. Per un eccesso di empatia ereditaria, per la ricerca spasmodica di sfidare i limiti del nostro cervello.

Per me STRANGER THINGS è quel fenomeno che entra nel Void, nella dimensione perfetta del trovarsi a metà. In uno spazio buio, un po’ umido e indefinito in cui ci si inoltra solo a piedi nudi. Si calpesta un pavimento oscuro e condiviso non sappiamo con quali altre presenze, talvolta anche con dei mostri. Un posto in cui non distinguiamo più ciò che osserviamo per piacere da ciò che invece studiamo per dovere. Una deformazione professionale che forse mai, da figli più o meno legittimi degli anni Ottanta, ci saremmo sognati di portarci appresso.

Un po’ come la Eleven della serie cammina sospesa in un mondo condiviso di pensieri in cui tutto si mescola, così anche noi, tutti un po’ liberi professionisti manager di noi stessi, camminiamo su assenze di confini. Della vita privata, del lavoro classicamente definito. Dall’altro lato ci sono un poliziotto, uno scienziato, una casalinga, una commessa, un professore delle superiori. Personaggi standard che ci piacciono per la sicurezza che hanno trasmesso ai noi, piccoli dell’epoca dell’incertezza nucleare e delle vecchie certezze su ruoli e mestieri. Ai noi che come Undi si cercano, cercando gli altri nel Vuoto.

STRANGER THINGS ci fa sentire a casa, ma nel Sottosopra
un saluto dall’UpsideDown

La comunicazione su cui STRANGER THINGS si muove è semplice e geniale. Le reference agli oggetti di consumo mediatico dell’epoca. A linguaggi non più in uso e codici comunicativi ormai lontani. La trama c’è e secondo me si sente, ma a tratti vale di più lo storytelling dei ragazzini emarginati perché nerd e secchioni, teneramente geek.

Perché abbiamo bisogno di questa serie TV, anche ora che SQUID GAME reclama attenzione globale (mentre di STRANGER THINGS c’è una ben quarta stagione che hanno appena finito di girare)? Forse perché è scritta bene. Miscela con la stessa accortezza horror e tenerezza. Perché il sorriso di Dustin e il ciuffo finto-ribelle di Steve ci riportano a codici di mode che ci sembrava di conoscere. Perché è il demogorgone che ci portiamo dentro che alla fine non muore mai e resta, aggrappato come le nostre incertezze di generazioni perdute tra mondi, ad una dimensione che non è più la sua. Ci piacciono le storie con i buoni, i cattivi, le zone d’ombra tra colpevolezza ed innocenza, l’ignoto da capire prima ancora che da dominare.

Il continuo strizzare l’occhio dei fratelli Duffer agli Eighties, con i Clash di sottofondo, il consumismo, i limiti dei centri commerciali, la DeLorean che prende il volo… Ci sentiamo a casa, noi figli sperduti di un’epoca mai avveratasi. Ci riconosciamo nelle Converse pasticciate, le biciclette con i campanelli personalizzati, uno skate che spunta all’improvviso e tutti quegli ombretti colorati ad alleggerire le spalline imbottite.

Più guardiamo la serie, meno capiamo se ci riconosciamo maggiormente in quel mondo semplice, dall’acquisto facile e ben definito che stava per mutare grazie alle sue stesse embrionali innovazioni. O se ci ritroviamo di più in quell’esperimento sociale di Undi e del suo capire che di dimensione definita non ce n’è mai soltanto una. E che il mondo all’improvviso si può tramutare in un Sottosopra di cui ancora ci affanniamo a trovare gli strumenti giusti per poterlo comprendere sul serio. Per poterlo navigare, con o senza sangue che gocciola dal naso. Ecco perché STRANGER THINGS ci fa sentire a casa.

Lo Pan Ner è fare comunità

Fare festa è fare comunità. Occuparsi del pane, lasciare che prenda corpo. Tra i canovacci delle cucine, intrisi di farina, lievita l’impasto del pane nero. È lo pan ner, la segale contadina, la segale di montagna, che si rigenera e ci re-impasta tutti nella stessa pagnotta.

La storia del pane, a cominciare dal come procacciarselo, è forse per antonomasia la storia di una comunità. Un gruppo di persone che si fanno famiglia attorno ad un desco, una tavola apparecchiata. Non serve che sia imbandita di sfarzi, basta che si conceda ai commensali, offrendo loro un posto fisico attorno al quale ritrovarsi. A volte il posto è fisico in senso metaforico. È un luogo, non meglio definito in termini di spazio e tempo. L’importante è che abbia un nome.

la mascherina LO PAN NER, morbida e strutturata insieme

Quando le cose hanno un nome, assumono contorni più nitidi. Diventano l’impasto di farine e di fatiche, miscelate con cura in proporzioni tali da lasciarsi chiamare in un solo modo. PANE. NERO. Il nome in questo caso comporta anche un come ed un quando. Il luogo può restare sparpagliato, parcellizzato in tante piccole molliche di pane sparse qua e là. A fare da collante, da glutine che tiene insieme e rende tutto più dolce, è il modus condiviso nello stesso momento.

Nel 2021, come già nel 2020, le comunità de LO PAN NER si sono riunite virtualmente. Virtuale era la cucina condivisa. Reale era il tempo che, da casa, i partecipanti alla festa hanno impiegato per fare insieme il pane. Nel pomeriggio di sabato 2 ottobre, famiglie, persone, singole entità hanno metaforicamente messo i piedi sotto allo stesso tavolo. Si sono riconosciute nella volontà di trascorrere una fetta del proprio tempo compiendo la stessa azione. Gli stessi gesti, di cucina in cucina, di forno in forno, di borgo in borgo, si sono ripetuti lungo l’arco alpino.

un piccolo assaggio di ciò che da remoto non si può vedere

Fare comunità, così come fare il pane, richiede tanto impegno. La pazienza, l’attenzione, la determinazione a credere in qualche cosa di unico. Connesse da tablet, laptop, smartphone ci sono le persone. Con cadenze di parlate diverse, movenze simili, la stessa voglia di fare il pane di una volta. Quello di tanti anni fa, prima che il tempo ne inghiottisca per sempre anche l’ultima briciola di ricordo. E torni mito, memoria collettiva, immaginario condiviso ed intramontabile di un processo astratto, quindi perfetto.

È il secondo anno che per un giorno lascio le vesti di copywriter e indosso quelle di angolo social. Non che dei social media non mi occupi quotidianamente, per lavoro e interesse personale. Ma avere il compito di seguire una diretta che collega gente intenta ad impastare e infornare, non capita spesso. Quest’anno lo studio viene allestito a Chiuro, in Valtellina. L’anno scorso a Malonno, in Valle Camonica.

Si raccolgono le immagini, si prova a recepirne le suggestioni, si restituisce ai conviviali la forma del cibo che essi stessi hanno prodotto.

A volte sono tavole infarinate, oppure facce di bambini sorridenti, grembiuli ritrovati. Il pane di questa gente connessa da tanti posti lontani è anche l’immagine che essa ne cattura sui device diventati parte del proprio essere e comunicare. Ed è a quest’immagine mai uguale e sempre diversa che tocca dare un nome, restituire una voce.

un’infarinata di dietro le quinte della festa

Partecipare al lavoro di team della regia è sempre un’emozione. Arrivi, cerchi di calarti nella parte, ritrovi i tuoi panni dell’anno prima. Li indossi al volo e in quel momento ti chiedi come ti stanno e se qualcuno si accorgerà che prima di organizzare i contenuti inviati da casa, tu ti troverai ad organizzare te stessa. Rispondi al messaggio, salva, cataloga, rinomina, sposta, raggruppa le foto. Tieni d’occhio la scaletta, appuntati due riflessioni, dimenticati quello che avresti dovuto dire. Prendi fiato e dilata tempo e polmoni se devi parlare e il collegamento si fa attendere.

C’è una magia bellissima in tutto questo ed è inclusa nel prezzo di fare comunità. Una comunità che unisce persone provenienti da luoghi, accenti, mondi diversi. Ed è così che tutti diventiamo parte della stessa festa. Tutti ci riconosciamo come uniti attorno al cibo delle Alpi, LO PAN NER.

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